You're so cold
Keep your hand in mine
Wise men wonder while
Strong men die
Show me how it ends it's alright
Show me how defenseless you really are
Satisfied and empty inside
That's alright, let's give this another try
Stein batte i denti e trema di febbre, rannicchiato come un feto su un angolo di materasso; il suo corpo emana un calore ustionante – per un attimo teme di rimanere scottata, quando gli scosta i capelli fradici dalla fronte, e quasi si stupisce di non vedere piaghe sulle dita, quando le ritira – ed innaturale, come se le fiamme che incendiano i suoi sogni si siano diffuse fin sotto la pelle per consumare completamente il suo corpo, oltre che la sua lucidità.
Lo districa pazientemente dalle coperte che ha aggrovigliate attorno come spire; lui la lascia fare, rabbrividendo e fissandola con occhi vagamente spaesati, come se non ricordasse dove si trova, ma riesce comunque a fare un cenno di diniego quando si sente circondare le spalle dalle sue braccia: no, Medusa, sussurra, no. Non ha nemmeno la forza di ricambiare la stretta con cui lei lo stringe, si limita a farle scorrere debolmente le mani lungo la schiena – sempre tremando, - ed a stare seduto, cosa che riesce a fare con difficoltà. Lei se lo tiene stretto addosso come un pupazzo, una custodia zuppa e vuota, le unghie nella stoffa impiastricciata del pigiama e la testa immersa nell’incavo bollente del collo, ed ascolta la pioggia schizzare contro il vetro della finestra sospesa sopra di loro – il suono è più forte persino dei denti che sbattono e dei brividi che le aggricciano la pelle come una vibrazione.
Può sentire l’abbandono di lui, può vederlo, quando Stein alza a fatica lo sguardo dal suo petto per fissarla, le occhiaie così marcate da sembrare dipinte e la barba di tre giorni; il suo è lo sguardo di una persona stanca, malata così in profondità da accettare quasi serenamente il fatto che le sue ossa si stiano sfaldando e la sua pelle si stia staccando a pezzi: ma non sono gli occhi di una persona folle – non di un uomo reso pazzo dalla disperazione. E’ ancora lui, oltre gli incubi e le pupille cerchiate di rosso: è sempre lui, è la sua anima quella che sente pulsare nel suo cranio ogni volta che gli stringe le tempie per calmarlo, ogni volta che se lo sente sussultare vicino, pieno di febbre ed orrore – da quante notti lo guarda svegliarsi senza un grido, perché non ha più aria nemmeno per respirare?
Perciò, anche se la nausea diventa densa ogni secondo di più nella gola – l’odore di stoffa impregnata di sudore, di capelli incollati in ciocche troppo spesse e di corpo febbricitante è quasi insopportabile – lascia che Stein le tasti il collo con una mano, un pollice che le scava nel mento, stranamente deciso, e la baci con labbra screpolate e calde, caldissime; deve ricacciare indietro un conato che le annoda lo stomaco, quando sente scorrere fra le labbra la sua lingua ancora impastata di sonno e confusione, ma quando lui fa per allontanarsi deve agganciargli la nuca con una mano per trattenerlo, perché, oh, è Stein ed è fuggito da Death City per cercare lei, ed il resto non le importa – e quella donna, quando smetterà di tormentarli?
E’ con una strana sensazione di gelosia, rabbia e devozione che lo costringe con la schiena sul materasso - la testa di Stein batte contro il muro, con un colpo breve e secco, quasi un ramo che viene spezzato, - gli stropiccia la giacca del pigiama finché non riesce ad infilare una mano fra i bottoni ed ad accarezzargli la pancia appiccicosa di sudore. Tu mi appartieni, lo sai? chiede, la bocca premuta contro l’orecchio di lui, lo sai? Non allo Shinigami, al Kishin o a quella donna, ma solo a me. Tu sei mio. Ricordatelo.
La bocca di Stein freme appena e lei gli slaccia i pantaloni del pigiama, accartocciandoglieli senza gentilezza sulle ginocchia: il suo respiro non è niente di più che un rantolo, ma è quasi troppo forte per ciò che rimane delle sue costole sporgenti, che sembrano fare fatica a trattenerlo nei polmoni senza sgretolarsi, e per quel torace incavato e bianco. Stein non si muove quando lo prende nella mano ancora umida – è qualcosa di morbido, morto, - e lo stringe, la bocca pervasa da uno strano senso di vuoto e bile quando lo vede affondare di più la testa nel cuscino e guardare il soffitto.
Prende a muovere le dita, ma lo sguardo di Stein rimane lontanissimo, vitreo: come se il suo corpo fosse completamente anestetizzato dalla febbre e non lo sentisse più come proprio, e ciò che rimane di lui non fosse altro che una sfera che galleggia sopra la sua testa, qualcosa di completamente slegato da tutto; solo un singhiozzo impercettibile nel suo respiro ed un fremito negli occhi socchiusi, non le concede altro.
Quando stringe di più la mano attorno al suo sesso, inghiottendo un ringhio di frustrazione, lui sussulta ad occhi serrati; sospira, e stavolta è un respiro fermo e forte, non più un sibilo appena percettibile, che gli gonfia i polmoni e gli fa sussurrare il suo nome: Medusa. Lascia che le dita di lei scivolino con più gentilezza su di lui, non le dice di no; riesce a sollevare il braccio per sfiorarle il collo, poi torna a voltare la testa per mordere la stoffa umida del cuscino. Soffoca i tremiti di piacere nervoso nel sudore e nella saliva, accartocciando le lenzuola tra le mani e pregandola in silenzio di continuare.
Alla fine, Stein torna a raggomitolarsi come un cucciolo spaventato, gli occhi aperti e la bocca chiusa in un’unica linea pallida. Ignorando il sapore metallico che ha il suo palato, lei si china a baciare la sua bocca screpolata, la fronte sudata di lui che preme contro la sua: la mano che le affonda tra i capelli e la attira più vicina è bollente ma non trema più.
Medusa alza la testa verso la finestra, continuando ad accarezzargli distrattamente le tempie, - non lo cederà mai, mai, - dove un alone di luce elettrica scivola con delicatezza lungo il vetro: è ancora notte, è solo l’inizio.