WITH FEAR I KISS THE BURNING DARKNESS
06. Milky White


Aveva imparato ad aspettarla.
Aveva imparato a tenere la finestra aperta, anche se le notti di Death City diventavano col tempo sempre più fredde, ed aveva imparato a tamburellare in silenzio le dita sul tavolo per tenersi sveglio; aveva imparato ad allontanare dalla sua mente tutti quei pensieri che gli suggerivano di non giocare col fuoco, perché prima o poi la sua mano si sarebbe ustionata, e che non possedeva davvero la forza di controllare lei: aveva imparato a ripetersi, come un mantra, che non era altro che una questione di controllo, e che gli sarebbe bastato il semplice gesto di girare una maniglia per chiudere fuori da casa sua tutte le sue ossessioni.
Prese a tamburellare le dita contro il ripiano con più impazienza, guardando fuori dalla finestra; vide il guizzo dell’ombra stagliarsi, con i suoi contorni morbidi, contro il vetro, ne sentì il tocco solido sulla guancia. Le avvolse con delicatezza le dita attorno al polso, spostandole la mano fino alla bocca: le labbra sul suo collo erano asciutte, fredde come il tocco di un serpente, come un sigillo, ma sulla sua pelle bruciavano.

Non l’aveva mai vista: la conosceva a pezzi.
A volte riusciva a malapena a distinguere la linea di una spalla color latte, di un braccio, del mento, sotto l’illuminazione troppo debole della luna, ma sapeva ricostruire a memoria ogni dettaglio del corpo di lei: non poteva dimenticare quello che aveva desiderato, assaggiato, impresso a forza sulle linee della sua mano finché i suoi polpastrelli non avevano imparato come toccarla; sapeva con quanta violenza il sangue poteva pulsarle sulle tempie e quanto forte i suoi denti potevano mordere. Sapeva tutto di qualcosa che non aveva mai davvero potuto possedere, suppliva con l’immaginazione ciò che non era riuscito a strappare all’oscurità.
Ne conosceva l’odore, l’umidità della sua saliva quando gli succhiava le dita, ma poteva solo immaginare – i ricordi che aveva di lei avevano preso a distorcersi come se fossero stati messi davanti alla lente di un caleidoscopio, - gli angoli in cui si tendeva la sua bocca quando sorrideva ed il modo in cui i suoi occhi potevano accendersi ogni volta che socchiudeva le palpebre; quando allungava la mano per accarezzarle la curva della mandibola, poteva quasi sentirne il colore sotto i polpastrelli, il pallore latteo, come se nelle ossa fosse stato inciso anche quel dettaglio, oltre alla forma ed alla solidità.
Era folle, lo sapeva, folle e superficiale: non poteva essere un comportamento assennato quello che lo spingeva ad aspettare anche per tutta la notte, rabbrividendo mentre l’aria gelata gli schiaffeggiava i capelli, che un altro tipo di gelo gli avvolgesse il cuore con le proprie dita roventi.
Non poteva nascere nulla di buono dall’aprire la propria anima alla notte; nessuna salvezza o luce, solo una spirale sempre più stretta che si avvitava verso il basso, una molla ritorta dentro di lui che lo portava in profondità sempre più nere: non poteva esserci speranza per la mente che stava lasciando divorare pezzo dopo pezzo dai morsi della follia, per l’uomo che non desiderava altro che l’oscurità stessa si infilasse nella sua gola, lo riempisse e lo corrodesse dall’interno.

Aveva imparato ad aspettarla, fingendo che non ci fossero rischi non calcolati; aveva imparato a tenere la finestra aperta, anche se alla fine avrebbe dovuto rannicchiarsi nelle coperte del suo letto con la pelle congestionata di baci e freddo, ed ad allontanare dalla sua mente quella parte di lui che ancora si rivoltava, dimenticata ma mai zittita, in un angolo.
Sapeva quello che rischiava, perché lei era un abbraccio sempre più stretto che cominciava e si chiudeva in un cerchio di sangue. Era un rivolo di veleno gelido che gli scorreva nella bocca, mortale ed intossicante.
Lo sapeva bene, ma non gliene importava nulla.
Il buio che solo Medusa poteva offrirgli era tutto quello che aveva sempre desiderato: lo sapeva bene, e non l’avrebbe respinto ancora.

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