FADE TO BLACK
Capitolo 6
#21. Victory

"I feel a passion washing over me
To shed the skin I'm in
This evolution will empower me
Now truth begins

And you will not find me,
I am safe in here
I'm where I want to be"


Cammina con cautela lungo il corridoio della prigione, e sente la superficie scanalata della parete sotto la mano, il pavimento liscio sotto le scarpe. Si ferma, asciugandosi il sudore ghiacciato sulla nuca, e ricomincia ad avanzare, seguendo la scia di nomi indicati dalla luce guizzante delle torce. Le celle della Shibusen – per la maggior parte vuote – non sono nient’altro che cubicoli sprangati da porte color della ruggine, antiquate e solide, con un cartello di legno appeso sotto allo spioncino; cerca il nome di Medusa vergato dalla grafia pigra del carceriere, cerca un segno della sua presenza.
Si ferma di nuovo quando sente la voce: è giovane, parla in fretta, furiosa e spazientita, con qualcuno che non le risponde. Sente gli insulti, i colpi contro la porta; i passi che si affrettano lontano dalla cella. Sente le proprie labbra contrarsi assieme ai nervi delle mani.
Delle catene, nella cella, tintinnano: rimane immobile, teso, aspetta che lei parli per prima.
«Stein?»
E’ la sua voce; non è il richiamo metallico che è abituato a sentire dentro la sua testa, è un tono compatto, vagamente ironico, velato di una malizia appena percettibile: Medusa. Si sfrega le nocche della mano bendata.
«Perché sei venuta?»
«Per rivederti»
Stronzate, si dice lui. Una fiammella, poco lontano, sfrigola violentemente.
«Credi davvero di poter uscire indenne da qui? Come se nulla fosse?»
«Dovresti conoscermi, dopo tutto questo tempo… Non gioco mai se non ho l’assoluta certezza di vincere»
«Questo lo vedremo»
Si odia per il tremito della voce e delle mani. Si odia per essere venuto fin lì ad ascoltarla, per aver avuto il bisogno di sentirla di nuovo.
«La tua voce sta tremando, Stein… Oh, già. La pazzia ha preso ha divorarti, alla fine. Hai resistito tanto, ma ora… Poverino. Non sai quanto la cosa mi renda triste»
«Credi che sia questo il momento di cominciare a preoccuparsi degli altri, Medusa?»
«Tu non sei mai stato “gli altri”, lo sai. E’ per questo che ho bisogno di te. Dobbiamo andarcene insieme da qui. Ce ne dobbiamo andare tutti e due»
«Non ti arrendi proprio mai, vero?» vorrebbe ridere, ma quel rumore che esce dalla sua gola è più simile ad un singhiozzo, vicino all’isteria «Dannazione, Medusa. Dannazione. Perché non sei morta? Ti ho piantato una lama in fronte e la tua anima si è dissolta. Allora perché sei ancora qui?»
«Stein, dovresti guardarmi. Vorrei che tu vedessi come sono costretta a vivere, adesso. Come mi hai ridotto. Siamo entrambi dei relitti. Avanti, guarda. Me lo devi»
Le dita di Stein si chiudono contro la grata di ferro dello spioncino. Lo fa scivolare a fatica, con un rumore di ruggine che si sblocca, e guarda dentro la cella. C’è una luce piccola, piccolissima, quasi spenta; c’è una figurina legata. Appena vede le gambette sottili, il viso da bambina, trasale.
«Si chiama Rachel» spiega lei, con un sorriso «Ha cinque anni, abita a Death City. Ho dovuto occupare il suo corpo per poter continuare a sopravvivere… Non è graziosa? Dovrò rimanere con lei finché non avrò abbastanza potere da poter tornare com’ero prima... Grazie a te»
No, no. La colpa non è sua. Lui voleva ucciderla, no? Non voleva che sopravvivesse. Medusa doveva morire, bisognava che morisse. Invece lei è ancora viva e lui è morto. Morto per sempre. Non è nient’altro che uno scheletro. Che cosa sono diventati?
«Stein…»
La voce di Medusa è improvvisamente triste, irremovibile.
«Non ti salverai se rimarrai qui. Tutti se ne sono accorti, per questo ti hanno abbandonato. Io sono venuta per avere una risposta. Sarà definitivo, quello che mi dirai. Voglio un sì o voglio un no, ma lo voglio subito, adesso. Vieni con me?»
Trema come se avesse la febbre, quando si porta le mani davanti agli occhi. E’ tutto così sbagliato, così ingiusto. Chi è quella bambina, cosa c’entra con loro due? Perché non è morto direttamente quella notte, nei sotterranei? Perché non si è risparmiato la pazzia, la sofferenza, le bugie? Perché non le ha risposto di sì, la prima volta? Perché l’ha baciata?
«Io…»
Sì, è un sì. Nessuno lo aspetterà più. Vuole andarsene, lasciare che tutti combattano la loro battaglia mentre lui conclude la sua. Marie sarà felice con BJ, Spirit potrà occuparsi solo della sua adorata Maka. Non dovranno più distogliere lo sguardo quando gli parlano, non saranno più costretti a mentire. Si salverà. Sarà felice, forse; vedrà un mondo nuovo.
«Mi dispiace disturbare questa tenera conversazione, ma ho del lavoro da fare»
Alza gli occhi. Spirit, affiancato da due uomini vestiti di nero – che ci fanno lì, chi li ha mai visti? – lo ha raggiunto, serio. Guarda lui, poi la porta della cella.
«Ehi, Medusa, fossi in te risparmierei il fiato. Ne avrai bisogno»
«Oh, non lo so, DeathScythe. Temo che i vostri metodi di tortura non mi faranno troppo male, li ho provati tanto tempo fa… Vero, Stein? Vero che li ho provati secoli fa, i metodi di persuasione di voi uomini?»
«Stai zitta» commenta Spirit, secco, poi fa cenno ai due di aprire la porta. Torna a guardarlo, e Stein capisce che è infuriato.
«Vattene a casa, Stein. Sei ancora agli arresti domiciliari»
«Perché non me l’hai detto?» riesce a balbettare lui, abbassando finalmente le mani, «Perché non mi hai detto che era viva? Non siamo amici, noi due?»
Qualcosa si ammorbidisce, nell’espressione di Spirit. Gli mette una mano sulla spalla, lo fa arretrare, un po’ pregandolo ed un po’ spingendolo – davvero non l’ha ancora perdonato per quello che gli ha fatto quindici anni fa?
«Avanti, Stein. Tornatene a casa. Il tuo posto è lì, adesso»
Indietreggia, alza le braccia in segno di resa – ridacchia: che posso farci, vorrebbe dirgli, è stato più forte di me! – e si volta. Corre via, fuori dalla prigione, incespica mentre scende la scalinata che porta alla Shibusen.
La sua risposta è sempre stata quella; sa che è così, è stato così fin dalla prima volta. Era un sì, sarà per sempre un sì. E non è la pazzia a dettare queste parole, ma quella parte di sé che è ancora lucida, che ancora riesce a desiderare. E’ stanco di fuggire e di continuare a mentire a se stesso.
La nebbia si fa più fitta, mentre prende la via per Death City dopo ore di vagabondaggio. Si ferma al centro della piazza: le vie si diramano attorno a lui come raggi di una ruota, di un sole impresso sulla pietra. E’ il momento di decidere. E’ il momento di alzarsi e camminare.
Ridendo, si tappa gli occhi. Comincia a girare su se stesso, sempre più veloce.
Dove vado? Dove vado?
Vado avanti? Torno indietro?
Gira e gira!
Da chi? Da chi?
Che voglio, io? Che voglio, io?
Gira!
Chi è sano, chi è pazzo? Chi me lo dice?
E la realtà, l’allucinazione? Il buio, la luce?
Io giro.
Io giro.
Io giro.
Ho scelto.
E’ questa la mia strada.
Le sue ginocchia cedono di colpo, facendolo crollare in avanti. Lui rimane steso, stordito, vagamente consapevole del colpo alla testa e della guancia che sfrega contro il cemento. La pelle gli brucia, deve essersela scorticata. Solleva lentamente la testa e guarda la strada davanti a lui.
E’ quella che porta fuori da Death City.
Sorride e si mette seduto. Si toglie la fasciatura alle nocche e la usa per tamponare il graffio sulla guancia, per pulirla dai sassolini piantati nella ferita. Si alza e si avvia con calma nella nebbia, senza smettere di sorridere.
Lo sta aspettando qualcuno che lo accoglierà a braccia aperte.


Marie è ancora viva, incredibilmente: al posto del respiro c’è solo un gorgoglio liquido che si scioglie nel taglio netto sulla gola, ma c’è.
Potrei quasi provare pena per lei, per quella mano che si è portata istintivamente al collo per fermare l’emorragia, ma non è nel mio carattere essere pietosa. Calpesto la pozza di sangue che si apre a ventaglio sotto la sua testa e mi accoccolo sui talloni: il suo unico occhio ha un piccolo movimento, minuscolo, nel momento in cui mi riconosce. Lo squarcio è una linea rossa ed orizzontale, fatta con precisione chirurgica. Stein, persino nel momento di follia più totale, ha saputo essere impeccabile. E’ un momento sacro, questo, e composto: ci sono io e c’è lei. La scena va ben oltre la sottile sensualità del sangue ancora fresco sulla pietra. Ha qualcosa di magico.
Le sorrido. Non dico nulla, mi pianto in quello che rimane nel suo sguardo e la costringo a fissarmi, a guardarmi dritta negli occhi fino all’ultimo istante di vita. Le soffio sul viso, quasi a ravvivare quella vita così fragile che si sta spegnendo come una candela, la guardo e soffio con delicatezza sulle guance, fino alla fine. Qualcosa rimane sospesa fra le sua ciglia, nel momento in cui smette di respirare. Oh, la morte è sempre così bella da sembrare coreografata: la sospensione nel tempo, l’equilibrio, racchiusi nell’ultimo soffio. Tocco con cautela la sua lacrima trattenuta e la lecco via dall’indice. Forse ho rispettato questa donna, malgrado tutto. Mi è stata utile, lo sarà ancora.
Stein non lo verrà mai a sapere.
Il corpicino di Rachel scivola via come una guaina, cade morbido e tramortito per terra. Striscio fino a Marie: il suo è un corpo ancora giovane, allenato e forte, che non invecchierà più.
Sarà, d’ora in poi, quello di una strega.

Ha ricominciato a rendersi conto del tempo che scorre e delle giornate che passano.
Sa quando è mattina e quando è sera. Adesso è mattina, forse è persino troppo presto per parlare di risveglio. Tiene la guancia appoggiata tra le scapole di Medusa – così posso sentire se scappi via, le ha detto la prima volta che si è addormentato appoggiato alla sua schiena – e prende a seguire pigramente, ancora un poco intontito dal torpore che va disperdendosi, la leggera curvatura delle ossa di lei, delle vertebre che premono contro la pelle. Medusa prende un respiro più profondo degli altri ma non accenna a svegliarsi; malgrado il desiderio di mordicchiarle la nuca fino a costringerla ad aprire gli occhi, decide di lasciarla dormire. Getta di lato le coperte, - lei si muove appena, si rannicchia e si stringe addosso le lenzuola – e va a vestirsi in fretta, cercando di trattenere il più possibile il calore di sonno condensato sulla pelle. Finisce di sistemare il nodo della cravatta ed esce dalla camera con le scarpe in mano.
Anche Rachel è già sveglia. Se ne accorge mentre stringe meglio i lacci, appoggiato al muro del corridoio, quando sente una porta socchiudersi un paio di stanze più in là. Qualche ciocca di capelli color rame e due occhi vispi, malgrado l’ora, sbucano fuori dal buio della camera come se fossero apparsi dal nulla.
«Ciao, Stein» mormora lei, contenta di vederlo.
«Rachel, torna a letto. E’ presto»
«Ma tu sei sveglio»
«Io sono un adulto e mi alzo quando mi pare»
«Non riesco più a dormire…»
«Chiudi gli occhi e pensa a quello che ti piace, vedrai che ti riaddormenti»
«Posso pensare a te?»
Lui sospira a fondo, desiderando per qualche attimo di essere ancora addormentato.
«Sì»
«E a lady Medusa?»
«Sì»
Rachel ammicca con fare complice, come se condividessero un segreto piccolo ed un po’ indecente, e chiude la porta. E’ una bambina già adulta ed imprevedibile: gli ha chiesto di insegnarle a leggere, spesso si accoccola sulle ginocchia di Medusa ed ascolta i loro discorsi ad occhi spalancati, scoppia a piangere senza motivo da un momento all’altro. Ha già capito come attirare la loro attenzione. Sa come rendersi interessante. Soltanto ieri sera ha detto che li ama, seria e composta come una sacerdotessa che pronuncia le prime parole del rito; quando si sono messi a ridere, increduli ed un po’ spaesati, lei è corsa fra le braccia di Medusa e ha cominciato a succhiarsi il pollice, mentre la strega ha preso a stuzzicarla e a chiamarla piccolo demonietto. Le ha guardate, Medusa e Rachel, così vicine, e per un attimo le ha trovate speculari: la stessa leggera malizia, la stessa sfacciataggine, la stessa consapevolezza della propria influenza.
Ma non importa quanto si somiglino quelle due, quanto dell’anima di Medusa sia rimasto impresso nel corpo della bambina. Rachel è un ostaggio e lo rimarrà finché non decideranno di liberarsene. Per ora, visto che può tornare utile per coprire il ritorno di Medusa nel suo vecchio corpo, rimarrà viva.
Esce di casa. La palude gli ricorda una cupola di vetro vagamente sporca, uno di quei souvenir che, al posto della neve di polistirolo, contiene nebbia; qualcun altro lo troverebbe macabro, eppure gli piace. Quel luogo parla di spazio, è illuminato da una promessa di luce lontana; il cielo è di un colore delicato ed indefinito, quasi una gradazione cromatica che parla di passaggio ed attesa. Il paesaggio è così diverso da ciò che lo aspetta fuori che si concede per qualche attimo di ammirarlo, con la sigaretta appena accesa in bocca: è un posto silenzioso, tranquillo. E’ un mondo a parte.
Riprende a camminare. Cominciano a mostrarsi, con una certa timidezza, i primi alberi della giungla, così ironicamente verdi e alti che sembrano trapiantati lì per sbaglio. Ecco l’odore ormai familiare del fuoco: ecco le esplosioni lontane del campo di battaglia. E’ tornato nella realtà.
Si ferma in cima ad una rupe. Il cielo e la terra davanti a lui sembrano fusi in un’unica, furiosa profusione di scintille rosse ed aranciate. Le nuvole color sangue si mescolano con le rare chiazze scure del cielo annerito; sotto, chilometri di vegetazione non sono altro che lunghissime fasce carbonizzate, intervallate da qualche sparuta macchia verde brillante. Si appoggia con la schiena ad un albero di mele vicino, stranamente intatto e rigoglioso. E’ rilassante vedere tutta quella devastazione e sapere che non può più toccarlo. La bellezza della distruzione precedente alla rinascita è semplicemente troppo meravigliosa e troppo ampia per poterla comprendere. Se solo lo avesse saputo anche Marie… Ah, non avrebbe comunque capito tutto lo splendore insito nell’evoluzione, inutile illudersi. Nonostante questo non le porta rancore, l’ha perdonata da tempo per i suoi errori. Le ha perdonato molte cose, perfino il fatto di essere venuta a cercarlo e di averlo tormentato in continuazione – quella radio, quel giorno, nella sua testa, Medusa l’ha mandata in frantumi e lui non ha più sentito nulla, è stato liberato. Chissà dov’è finito il suo cadavere. Fiorirà, un giorno? Fiorirà come lillà nel mese d’aprile, dalla terra morta? Forse. Sarebbe bello.
Il Kishin non può più toccarlo. La pazzia in lui non è scomparsa, ma è stata imbrigliata e messa a freno; è stata assorbita, come un foglio risucchia l’inchiostro. Adesso lui può parlare, pensare lucidamente; si è rafforzato, e il Kishin si è ritratto, spaventato, dalla sua mente. Ha capito che non può più fargli del male. Ha capito che non ha paura.
Qualcosa, sull’albero, si muove; lui alza la testa. Sorride e si libera i capelli dai rametti caduti.
«Credevo che ai serpenti non piacessero gli alberi»
«Ad alcune specie sì» ribatte Medusa, con pazienza «Ci vivono sopra»
«Pensavo che stessi dormendo»
«Non capisci proprio mai quando ti prendo in giro, eh?»
«Donna malefica»
«Un acuto osservatore dell’ovvio…»
«Se cadi e ti smantelli l’osso del collo giuro che mi metto a ridere»
«Stein, sono sospesa a poco più di tre metri… E poi non lasceresti che mi sfracellassi per terra»
«Si accettano scommesse»
Lei sospira. Non riesce a vederla molto bene, seminascosta com’è dal fitto intreccio dei rami e dei frutti che, miracolosamente, rimangono come sospesi; riesce a distinguere solo qualche pezzo di vestito bianco ed i sottilissimi ricami amaranto sulle caviglie. Medusa scivola giù con un fruscio appena più accennato di foglie, e lui la prende prima che tocchi terra.
«Ma tu non dovevi lasciarmi sfracellare?» ride lei, pizzicandogli un braccio.
«Ti stavi godendo il panorama, da lassù?»
«Si può dire così»
Segue lo sguardo di Medusa; una vampata improvvisa si alza vicino a quella forma gobbuta e metallica che è il castello della Baba Yaga.
«Tu lo sai chi l’avrà vinta, non è vero?»
«Stein, non so leggere il futuro»
«Ma lo sai. Lo sai»
Lei si districa con delicatezza dalla sua presa e si avvicina al bordo della rupe. E’ così pallida e bianca da sembrare ultraterrena, intoccabile, come la Medusa delle sue allucinazioni.
«So solo che mia sorella non vedrà la fine di questa battaglia e che sarà il Kishin ad ucciderla. Ecco tutto»
«Potresti evitarlo»
«Ed aiutarla, magari? Non lo farei mai. Che vinca la Shibusen o l’Arachnophobia, per noi è lo stesso. Otterremo comunque ciò che vogliamo… Un mondo a pezzi. Qualunque sia il risultato, questa è la nostra vittoria»
Allunga una mano a sfiorargli i capelli sulla tempia. Per un attimo Stein si rende conto che ci sono loro due, vivi, forti ed immersi in una loro personale dimensione di felicità; ci sono loro e poi c’è il mondo colorato di rosso, dal sapore di cenere. Medusa afferra una mela – piena, gonfia, innaturalmente bella - dall’albero e la morde, mentre guarda assieme a lui la battaglia che infuria in lontananza: è un gesto quasi sfacciato, distruttivo nella sua semplicità. Molti stanno morendo nello stesso istante; Medusa mastica lentamente il boccone e lui rimane a fissarla senza pensare ad altro. Lei uccide così, nella stessa maniera con cui stacca con i denti i pezzi di un frutto, quasi senza pensarci, con un gesto noncurante e preciso assieme: ha aperto il torace di sua figlia Chrona con competenza, l’ha spaccata in due in un unico gesto leggero.
«Tieni» dice Medusa, porgendogli la mela. Lui la ruota fino a trovare il punto dove i denti di lei sono affondati nella buccia e morde a fondo. La mela è di una pasta dolcissima e morbida, che si scioglie direttamente sulla lingua come zucchero; la cosa lo sorprende, senza motivo.
«E’ dolce» si sente dire, come se fosse qualcosa di straordinario. Medusa accenna ad un broncio infantile, quasi a rimproverarlo di quell’ingenuità; malgrado non sia abituato a simili slanci – è piuttosto avido nel ricevere attenzioni e lo è altrettanto nel concederle – si protende leggermente in avanti e la bacia sulle labbra. Medusa ricambia il bacio, e lui lascia scorrere una mano lungo la curva morbida della sua schiena finché non si staccano.
«Cosa c’è?» chiede, vedendo Medusa sorridere e fissare un punto oltre le sue spalle.
«Guarda tu stesso»
Si gira. Sono passati tre giorni dalla battaglia contro Chrona e Marie; tre giorni in cui si è sentito arrabbiato, esaltato, pieno di forza incontrollabile. Si è sentito invincibile: ha soffocato le voci, ha rinchiuso la propria pazzia in una piccolissima gabbia con cui, di tanto in tanto, si diverte a giocare. Eppure non ha dimenticato il pensiero che lo rincorreva in quei giorni di vagabondaggio e disperazione, non ha scordato la sua ricerca.
Socchiude gli occhi. Quella sottile lama bianca che buca il cielo screziato sembra appannata, quasi un ricordo del vero calore, eppure esiste; da qualche parte, nascosto, il sole sta finendo la propria eclissi.
Da qualche parte, lenta ed inesorabile, una luce riprende a brillare.

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