"Life it seems, will fade away
Drifting further every day
Getting lost within myself
Nothing matters no one else
I have lost the will to live
Simply nothing more to give
There is nothing more for me
Need the end to set me free
Things are not what they used to be
Missing one inside of me
Deathly lost, this can't be real
Cannot stand this hell I feel
Emptiness is filing me
To the point of agony
Growing darkness taking dawn
I was me, but now he's gone"
Tengo fra le mani la sfera vuota: a gambe incrociate sul tappeto, occhi semichiusi, da sola. Senza Stein. E’ solo qualche stanza più in là, solo qualche muro di pietra nera e squadrata, eppure il vuoto che ha lasciato al mio fianco risucchia ogni propaggine della mia attenzione.
Concentrandomi posso vederlo ancora lì, la sigaretta accesa in bocca, il camice che scende lento lungo la curva della spalla e gli occhi assenti: le labbra che succhiano senza un suono il filtro, il gesto meccanico fra indice e medio con cui fa cadere la cenere sul pavimento. Lo posso vedere, immobile ed apatico, ma solo in apparenza. Il suo corpo assorbe ogni vibrazione del pavimento, ogni onda di voce che si schianta invisibile nell’aria, ogni scintilla di immagine: il suo sguardo racchiude tutto nel cerchio di due pupille vuote, lo rende proprio.
Non devo pensare a lui, adesso, ma a me. E’ dentro di me che devo scavare, scivolare attraverso le crepe della mia consapevolezza fino all’inconscio: aprire quello che Arachne chiama occhio interiore, rifletterlo sulla sfera che tengo fra le mani. Guardare ciò che accade al di fuori di me attraverso un complesso gioco di rifrazioni spettrali.
Giù, allora. E’ difficile: sento ancora la superficie di vetro della sfera che si scalda gradatamente tra le dita, la trama del tappeto sotto i piedi, l’immobilità dell’aria. Il pensiero di Stein mi trattiene, mi tiene sospesa sopra un filo, mi lega ancora a questo mondo fatto di percezioni sensibili: devo spezzarlo e lasciarmi cadere in basso, fare violenza a me stessa. Immergermi e trovare ciò che riposa oltre il mio pensiero. Il filo trema, si dissolve in una sottile spirale azzurra argentea che rimane sospesa sopra la mia testa.
Giù, ancora, attraverso i gusci concentrici che mi proteggono, chiusi l’uno sopra l’altro. In bilico, vagamente confusa, cerco il mio equilibrio, il mio stato intermedio fra visione e sguardo: nella mia armonia ritrovata, l’occhio si apre ed io posso vedere.
Arachne. Posso immaginare che sia la sua stanza, questo salone di pareti nere e lucide come specchi, e che il letto a baldacchino dalle coperte color vino su cui è seduta sia il suo: accanto a lei, in uno stato di profondo abbandono simile alla beatitudine, c’è il Kishin. Lo riconosco: ho visto troppe volte, nei sogni di Stein, quel volto totalmente coperto di bende, con solo qualche raro ciuffo di capelli corvini che si fa caparbiamente strada fino allo sguardo, eppure il corpo è quello di un giovane uomo non ancora pienamente cresciuto, non quell’ammasso informe che ho imparato a trovare ributtante. Arachne se lo tiene appoggiato contro il petto e gli mormora cose che non riesco a capire, ma che posso immaginare con facilità: sorella mia, quanta stupidità, quanta arroganza. Puoi forse controllare la pazzia che affonda le proprie radici nella paura per ogni cosa? Continui a sussurrargli promesse di protezione, di fiducia, ma che gli dirai quanto tu stessa diventerai ai suoi occhi così terrificante da non poter più essere la sua incrollabile fortezza contro il mondo? Ah, ma questo pensiero neanche ti sfiora, sorella. Arachne dalla mente troppo lineare: il mio sbaglio, in passato, è stato quello di dare al tuo pensiero una complessità che non ha mai avuto. Un tempo ti ho invidiata, lo voglio ammettere. Lo ammetto ora che non puoi sentirmi: dopo non ci parleremo mai più, nemmeno con il pensiero.
Ti ho invidiata perché eri bellissima, sorella mia. Allora lo eri, nella tua bellezza non c’era nessuna traccia della volgarità che ora quel trucco pesante ti ha inciso sulle labbra e sulle guance. Adesso ti trovo disgustosa, ma una volta eri irraggiungibile, quando entravo nella tua stanza e tu mi aspettavi con un sorriso: sorridevi a me e a quell’uomo che mi aveva seguito dall’ingresso di casa nostra fino alla camera, e a cui ti affidavo una volta chiusa la porta. Una volta che lui ti vedeva, dimenticava di aver tenuto fino a quel momento gli occhi fissi sulle mie caviglie o sulla mia schiena, e non si concentrava che su di te. Non tornava mai due volte, ma non si lamentava: aveva ottenuto i favori di una regina una volta, non avrebbe chiesto la grazia una seconda. Allora sembravi davvero una regina, Arachne: i tratti del tuo viso erano morbidi come quelli di una sovrana senza consorte, ogni tuo gesto era permeato da un’aura di eleganza e languore che non ho mai posseduto. Mi ricordo di quell’artista che ha voluto dipingerti, ricordo la noncuranza con cui hai concesso a quell’uomo la tua immagine: quel giorno mi morsi il labbro così forte che sanguinò.
Ti chiamano l’Eretica, la Madre delle Demon Weapons. Qualcosa, in te, è sempre stato oggetto di un’insulsa quanto affascinante venerazione, fin da quando la gente si accalcava all’ingresso del tempio di Atena dove venivi a consacrare i tuoi lavori alla divinità: tu ridevi, ti gonfiavi d’orgoglio, benedicevi dall’alto del piedistallo su cui ti avevano posta.
Dall’alto della tua presunta onnipotenza, Arachne, cosa può essere passato nella tua mente quando, secoli dopo, al consiglio delle streghe, mi opposi ai tuoi esperimenti? Avevamo lavorato assieme fino a quel momento, come compagne di viaggio, e fino a quel giorno ti eri illusa di potermi controllare: davvero mi conoscevi così poco da non sapere che non posso essere modellata come una statuetta di creta?
Deve essere stato orribile, per te, vedere tua sorella minore alzarsi in piedi, al centro della sala, e importi di smetterla con i tuoi studi. Cosa, in quel momento, hai sentito scricchiolare? La tua vanità o il tuo orgoglio? Volevi creare l’arma finale per battere lo Shinigami, e per farlo avevi bisogno di un’anima: l’anima di un’altra strega. Non ho mai amato quelle della nostra razza, lo sai, troppo deboli ed insignificanti per essere degne di attenzione da parte di noi Gorgoni, eppure non potevo permettertelo. Non una tale blasfemia, non un tale sacrilegio: dovevamo essere unite fra noi, contro lo Shinigami e gli esseri umani. Non potevo permettertelo. Questo ha segnato anche la mia rovina, lo so, l’alzarmi quella notte e parlare a nome del consiglio. Quel momento ha reso la nostra divisione eterna, la linea finale che ha spezzato l’ammirazione ed ha alimentato l’odio.
Ma non voglio pensare più del necessario a te, sorella: già comincio a perdermi, stavolta il tempo mi è prezioso, non voglio sprecarlo ricordando ciò che non sei stata. Non parlerò ancora, ma non dimenticherò. Come potrei farlo? L’unico momento del mio passato che mi concedo di rammentare non ti riguarda direttamente, ma voglio guardarlo, prima di tornare indietro: è l’unico secondo che mi è rimasto della mia vecchia vita, prima di morire. In questo frammento il fumo mi sale nelle narici e negli occhi, costringendomi ad abbassare la testa: c’è l’odore della legna che brucia, c’è il suo consumarsi lentamente nello sfrigolio della cenere. Fisso il mio piede non più bianco, ma livido, debole, che sbuca oltre l’orlo della veste scarlatta. Una grossa striscia viola, gonfia e pulsante, mi attraversa entrambe le caviglie: due braccia mi sostengono per i gomiti, non permettono che cada. C’è l’odore del fuoco, davanti a me, so che devo arrivare fin là. Poi ci penseranno le corde a trattenermi, non più mani umane. Mi aspettano tutti, aspettano di vedere la strega che brucia: non hai detto loro questo, Arachne, quando mi hai trascinato al centro della piazza cittadina tenendomi per i capelli? Ecco la vostra strega! Le tue unghie troppo lunghe mi hanno graffiato la schiena, quando mi hai lacerato il vestito per mostrare il tatuaggio sulla mia schiena. Il serpente! Il simbolo del demonio! Non è forse lei che cercavate?
Ottocento anni fa, Arachne, impazzii a causa tua. Non ricordo nulla delle torture, della mia morte e della mia rinascita, se non questo frammento che mi ritornò alla memoria quando trovai, in una biblioteca sconosciuta dell’Europa, quell’epistolario. Ricordo il vago senso di sorpresa, la nausea che provai nel leggere il mio nome su quelle carte. Mi descrivevano bene: descrivevano bene i miei presunti crimini, elencati con ordine maniacale, e le parole che avrei detto durante gli interrogatori. Scoppiai a ridere, nel silenzio della biblioteca, e chiusi il libro. Quelle lettere sarebbero state il monito per la mia stupidità. Per essermi illusa che niente avrebbe potuto farmi soffrire. Ironico che abbia pensato proprio a quei documenti per far insospettire Stein: un piccolo dolore ne ha generato uno immensamente più grande. La crudeltà degli esseri umani soppiantata da quella di un solo uomo.
Ampio il mio sguardo sulla sfera con un sospiro: passo a guardare nei dintorni della base dell’Arachnophobia, dove la Shibusen sta silenziosamente disponendo le sue pedine. La battaglia comincerà presto, ed Arachne ancora si ritiene invincibile e protetta dalle mura del suo castello. Anche se mi sono ampiamente vendicata per ciò che ho subito in passato, sarei felice se si rendesse conto che sono stata io a guidare gli uomini dello Shibusen fino a lei. La locazione del castello della Baba Yaga per la salvezza mia e dei miei alleati: il patto con lo Shinigami era questo, lo rispetterà. Eppure non sono tranquilla. Nessuno della Shibusen può alzare un dito contro di me, allora perché ho come la sensazione che cercheranno di riavere indietro Stein? Il solo pensiero è spiacevole, orribile: suscita in me una sorta di sentimento infantile di possessività. Mio, mio. Non lascerò che se lo prendano come se appartenesse loro. No. E’ mio. Mio, mio, mio.
La visione si fa sfuocata, ma ormai ho visto tutto ciò che dovevo. Stein è in una camera qui a fianco, sorvegliato da Free ed Eruka. Free è rimasto molto colpito quando gli ho detto che fine ha fatto l’uomo della Shibusen che tempo fa ha avuto la sfortuna di riconoscerci, mentre ancora eravamo in viaggio: ha voluto sapere com’è stato possibile, per Stein, uccidere una persona usando un semplice cucchiaino da caffè. Eruka, invece, ha omesso la curiosità e si è limitata al puro terrore. Non tenterò di convincerla del contrario: sono consapevole che Stein è pericoloso, eppure ho voglia di vederlo, di incrociare il suo sguardo vuoto e di accarezzargli i capelli. Voglio convincermi che lui è davvero qui con me e che rimarrà. E’ strano provare un desiderio così forte per delle azioni così semplici: è strano che io, egoista ed avida di natura, mi accontenti di prendermi dei piaceri così piccoli, concreti e naturali, anche se solo per il momento.
Qualcosa, come un fremito nell’aria, mi strappa al futuro e mi riporta in questo momento, in questa stanza: è un tremito che non ha nulla di normale, che non viene dalla terra ma dal cielo. La avverto attraverso il mio corpo, un’ondata dopo l’altra, la pazzia del Kishin che viene potenziata e liberata nel mondo dai macchinari di Arachne. All’improvviso non è più solo una sensazione meramente psicologica, localizzata da qualche parte dentro di me, ma diventa reale, violenta: onde di suono che spazzano l’etere con una forza spaventosa che fa tremare tutto. Mille cerchi concentrici che si espandono fino a qui, che si schiantano contro le pareti della mia casa e che le attraversano. Il tremore passa nella roccia, sento qualcosa che cade mentre tutto attorno a me pare ribaltarsi di colpo, perdere consistenza. Non ho paura. Sento uno scricchiolio sopra la mia testa: davvero posso morire per così poco, schiacciata come una vipera sotto un piede? Rimango seduta a gambe incrociate ed appoggio le mani sul tappeto. Un semplice incantesimo può bastare a proteggermi, ma la roccia cade più veloce di quanto credessi, e mi schiaccia sul pavimento prima che riesca a difendermi. Oh, no, la sento infrangersi sopra di me, esplodere in una miriade di schegge: cosa, allora, mi tiene premuta per terra? E’ caldo e protettivo, come un guscio morbido. Ho la guancia premuta contro le fibre del tappeto come se dormissi, con un corpo steso sul mio a farmi da coperta. Lo toccherei, se le mie mani non fossero ripiegate sotto il busto. L’aria smette di tremare, ed io lo chiamo sottovoce. Stein?
Non lo sento muoversi, rimane fermo, come se percepisse ancora un pericolo. Cerco di alzare gli occhi, ma non vedo altro che nero, non sento altro che l’odore di fumo, metallo e menta di cui sono impregnati i suoi vestiti. E’ buono, nonostante tutto: mi trovo a riconsiderare il significato di piacevole. Stein, mormoro, spostati. C’è un movimento cauto, stavolta, lento, da animale minacciato, poi Stein torna a sedersi. I suoi occhi sono più mobili di quanto li abbia visti da tempo, eppure da quanto siamo qui? Una settimana? Schizzano da una parte all’altra della stanza, da una piattaforma di pietra all’altra, mentre l’angolo destro della sua bocca si contrae in una sorta di tic nervoso di cui non riesco a darmi spiegazione. Per un attimo lo trovo terrificante, sinceramente spaventoso, ma non ne ho paura. Mi lascio scivolare fino alle sue ginocchia e mi accoccolo lì, gioco a fare il cucciolo bisognoso di protezione. Il suo corpo e la sua faccia sembrano due cose separate: la sua espressione si distorce come le pieghe di una pagina di giornale, le sue braccia sono stranamente tranquille e consapevoli, quando mi stringe con delicatezza contro di lui. Mi accomodo meglio sul suo grembo, sfrego la punta del naso contro la pelle morbida della sua gola. Grazie, gli dico. La tensione nei suoi lineamenti sembra sciogliersi lentamente, e la sua bocca smette di contrarsi. Anche gli occhi, dopo poco, rallentano fino a fermarsi del tutto. Lui è calmo, io siedo sulle sue ginocchia mentre mi tiene vicina.
Sento dei passi, sulle piattaforme più alte. Medusa! Free si affaccia a controllare che tutto vada bene. Perdonami, si scusa, scendendo fino al nostro livello con un paio di balzi, ci è sfuggito prima che potessimo fermarlo. E’ maledettamente veloce. Va tutto bene?
Annuisco. Non mi imbarazza farmi vedere in braccio a Stein, so che Free non si azzarderebbe mai a muovermi critiche. L’ho liberato dalla prigione in cui le streghe l’avevano rinchiuso per secoli: è mio complice da parecchio tempo, ha imparato a conoscermi ed a non contraddirmi. Chissà se tutti i licantropi sono ingenui quanto lui.
Anche Eruka, più imbarazzata e scossa, compare in piedi su una delle piattaforme. Ma che cosa è stato? Un terremoto? E’ una strega piccola e paurosa, smilza, con le guance paffute da ranocchia: a volte mi chiedo dove abbia trovato il coraggio di provare ad uccidermi, qualche mese fa... Ma un conto è provare ad uccidermi, un conto è riuscirci. Stein lo sa fin troppo bene.
Era il Kishin, spiego, la sua pazzia viene diffusa nel mondo sotto forma di onde dai macchinari dell’Arachnophobia. Questa è stata un’emissione più violenta... Deve essersi propagata nel raggio di parecchi chilometri, conoscendo l’efficacia delle diavolerie che sa inventare mia sorella.
Tutti guardiamo Stein, immobile e tranquillo. Dovremmo riportarlo di sopra, suggerisce Free. Non si fida della sua calma apparente, e neanche io: ho imparato che le crisi più forti di Stein seguono a momenti di assoluta pace. Andiamo, allora. Stein, mi porti tu? Lui si alza, senza una parola, e continua a tenermi fra le sue braccia come se fossi fatta di vetro. Eruka guarda, vagamente incredula, la tranquillità con cui mi rannicchio contro il suo petto e mi lascio portare nella stanza adiacente. Ci sediamo, io mi accomodo tra le ginocchia di Stein: chiedo notizie delle sorelle Mizune, che spiano per me dentro l’Arachnophobia. Presto anche Eruka e Free dovranno tornare nel castello per controllare la situazione, ma Free pare indeciso. Parla, avanti, cosa c’è che non va? Lui indica Stein con un movimento secco del collo. Quello lì. Non mi convince, è troppo pericoloso. Pensi che non sia capace di controllarlo, Free? Lui scuote la testa. Se la pazzia si è intensificata, come dici, quell’uomo ne sarà investito in pieno. Nelle tue condizioni non saresti capace di reagire, se si rivoltasse contro di te. Ti ha già ucciso una volta, non possiamo rischiare che ci riesca di nuovo.
Ha ragione, so che ha ragione. Nel corpo di Rachel non ho ancora recuperato la mia reale forza: sarei una preda facile, se Stein diventasse ingovernabile. Non riuscirei a salvare la mia anima ancora. Morirei davvero. Eppure so anche che Stein non rivolgerà mai la sua violenza contro di me: piuttosto contro se stesso, ma non contro di me. Nel suo torpore, sa che vado protetta, vado curata. Sono il suo unico sollievo dalla follia del Kishin, ed è consapevole che la mia morte lo farebbe impazzire. E’ questo che cerco di dire a Free, ma qualcosa mi blocca. E’ un sussurro alle mie spalle. E’ Stein che parla.
Dice che sta arrivando.
Ha un sorriso leggerissimo, infelice, sulle labbra. Non sembra accorgersi di me quando mi alzo e lo afferro per le spalle. Chi lo dice, Stein? Non mi vede ma è consapevole della mia domanda. Non lo so. Non la conosco. Dice che sta arrivando con Chrona. Sarà qui presto.
Chrona. La mia inutile, disperata figlia. Il mio esperimento fallito. Quante volte ho provato a dare alla luce una cosa viva, forte, che respirava, la figlia di una strega? Troppe. Il mio corpo sembrava solo una pelle vuota e disseccata, che non poteva generare nulla di vivo. Solo ammassi sanguinolenti e morti. Chrona è rimasta nel mio ventre per molto tempo, è rinata in molti battiti che si spegnevano subito: non voleva nascere, aveva troppa paura di farlo. Tornai nella mia terra, in Grecia, per mostrare a mia figlia lo stesso paesaggio che avevo guardato nella mia infanzia. Il mio corpo così orribilmente gonfio si muoveva per le strade con un’insicurezza che non era mia, evitava il più possibile il contatto per non danneggiare la mia creatura. Avrei dovuto capire subito che sarebbe stata una ragazzina timorosa e malleabile, ma allora nutrivo ancora qualche illusione residua.
Decisi, in un albergo di Atene, su un letto inondato dalla luce pomeridiana, che quel figlio sarebbe nato, e che sarebbe stata una femmina. Pensai che la aspettavo da molto tempo: l’avrei chiamata Chrona. L’avrei resa potente, l’avrei resa degna di essere chiamata strega. Quando nacque, strillando a pieni polmoni, il mio piccolo sogno si infranse. Quel corpicino così gracile e quel visetto contorto non sarebbe mai stato capace, da solo, di sopportare la magia. Era quella la mia speranza, il risultato di tutti i miei sforzi? Un esserino così minuscolo da assomigliare a malapena ad un umano? Se le streghe che mi assistevano non me l’avessero tolta di forza dalle braccia, l’avrei strozzata con le mie mani. Quando fui sola piansi di rabbia: solo dopo, a mente lucida, provai a riflettere. Quella cosa aveva pur sempre il mio sangue, il sangue di una delle due Gorgoni. Avrebbe avuto qualche potere. Toccava a me trovarlo, tirarlo fuori e fare sì che non venisse sprecato. Il talento di Chrona, l’unico, era l’essere un’ottima Meister: quando impiantai nel suo corpo il sangue nero in cui avevo sciolto Ragnarok, una Weapon senza padrone, mi sentii finalmente felice. Avrei reso mia figlia un Kishin, l’avrei resa incapace di provare paura.
L’ennesima illusione: è quasi buffo pensare che una strega come me ne abbia nutrite così tante, nel corso degli anni. E’ una debolezza molto umana, quella che si esprime nel creare i propri obbiettivi, specie se irraggiungibili. Ma non succederà ancora. I miei piedi rimarranno ancorati alla terra e penserò lucidamente. Come adesso.
Gli occhi di Stein si rovesciano all’improvviso verso l’alto: si stringe le tempie con un gemito di dolore che non gli ho mai sentito emettere. Preme così forte che comincio a vedere rosso, fra le sue dita. Gli afferro i polsi. Ha uno scatto rabbioso che mi costringe ad arretrare, stammi lontano! geme, stammi lontano, Medusa! Lascia cadere le mani, i polpastrelli tinti di scarlatto, e si stringe le mani attorno al busto. Comincia a ridere sempre più forte, e non smette neanche quando Free gli balza addosso inchiodandolo sul pavimento: Eruka emette un guaito spaventato, malgrado questa sia la terza crisi a cui assiste. Santo cielo, è terrificante, la sento dire, è proprio matto. Mi farebbe quasi pena, se non fosse tutto così orrendo…
Free riesce a girare Stein sul ventre e a bloccargli le mani dietro la schiena: deve sforzarsi di tenerlo fermo, perché lui urla e si agita così tanto che potrebbe sbalzarlo via come niente, malgrado tutto il suo peso. Per lunghissimi minuti che sembrano interi cicli di esistenza Stein continua a ridere e a cercare di liberarsi con delle scrollate furibonde: quando chiude gli occhi e smette di muoversi le mie orecchie sono come piene di ovatta, ed il corpo mi formicola. Come se anche io avessi urlato assieme a lui, come se anche io abbia provato a ottenere la libertà ridendo ad alta voce e divincolandomi. Mi sento stanca, svuotata come lui, assieme a lui.
Striscio sulle ginocchia fino a raggiungerlo, faccio segno a Free di allontanarsi. Stein rotola lentamente sulla schiena, ad occhi chiusi. Appoggio la sua nuca sulle mie ginocchia striminzite, prendo ad accarezzargli i capelli insanguinati delle tempie: è il nostro momento di comunione, quello in cui sentiamo la stessa disperazione, lo stesso desiderio di fine. I suoi occhi si aprono a fatica, lucidi per qualcosa che non so capire: ho i nervi a pezzi stasera, mormora, sì, a pezzi. Resta con me. Sì, gli dico. Parlami, dice, perché non parli mai? Parla. Sì, Stein. Coprirò il rumore, continuerò a parlare finché vuoi. Non voglio sentire ancora quella voce, Medusa. Lo so, lo so. Puoi farla tacere? Sì, ma dobbiamo aspettare. Aspetti assieme a me? Sì. Poi la fai stare zitta? Sì. Mi baci? Sì.
Gli bacio lentamente la fronte. Sono consapevole in ogni momento di Eruka e Free, silenziosi ma presenti, dell’aria viziata della stanza, della pietra che mi sfrega contro le gambe: delle mie dita che tremano, dell’odore steso sulla pelle di Stein come un sudario, del peso caldo della sua nuca sulle ginocchia.
Quell’odiosa Marie e Chrona stanno venendo qui per riportarlo indietro, per chiudere con me la loro partita. Fuori si combatte, si lotta per un futuro traballante. Eppure non ci penso. Sono qui, sono viva, con le labbra premute sulla fronte di Stein, ad inspirare il suo odore, ad assorbirlo assieme alla sua pelle tiepida: è un istante che non passerà.
Non ti lascerò mai andare via, Stein.
Mai, mai, mai.
Il rubinetto rantola come un animale in agonia, il suo riflesso nello specchio - coperto da una sottile e fumosa garza di vapore, qualche rara goccia condensata scivola lungo la superficie opaca – ha le sopracciglia aggrottate mentre passa il rasoio sul mento cercando di non tagliarsi più del necessario; malgrado tutto ha ancora una mano straordinariamente ferma: potrebbe ancora impugnare un bisturi ed operare, se solo avesse la lucidità di concentrarsi su ciò che sta facendo.
Pulisce con le dita uno spicchio di vetro incrinato; l’acqua scorre, il vapore sale, la lama scivola e le nocche della mano destra prendono a dolergli. Si stringe di più le bende, - possibile che dopo mezzora già comincino ad allentarsi? – e ripone da una parte il rasoio. Marie vorrà sapere perché ha rotto lo specchio. Dovrà raccogliere i frammenti sparsi nel lavandino e sul pavimento e buttarli via. All’inizio si arrabbierà, ma poi vedrà la sua mano e sarà tutta presa nel dipanare le bende – ti sei fatto molto male, Stein?
Dopo il collasso che ha avuto in Alaska, lei cerca di lasciarlo solo il meno possibile; la cosa è insieme irritante e sconfortante. I giorni di vacanza che ha chiesto per riprendersi dalla crisi si sono improvvisamente allungati: lo Shinigami gli ha fatto sapere che dovrebbe rimanersene a casa a riposarsi. Non può uscire per più di due ore al giorno. Non può tornare alla Shibusen senza permesso. La cosa non è ufficiale, ovviamente, ma lo Shinigami deve pensare a salvare le fottute apparenze, no? E quindi grazie, Stein, un tempo eri il migliore, ma nelle tue condizioni non ci servi più. Ma sì, certo, lui capisce benissimo. Allora va bene, a casa: i muri del laboratorio gli sono sempre più odiosi, conosce a memoria ogni centimetro del soffitto. Essere vicino a Marie gli procura una sensazione di malessere quasi fisico: ogni volta che lei torna da scuola, lui volta la faccia verso il divano – è diventato il suo letto, da un po’ di tempo, - si tira per bene la coperta sulle spalle e finge di dormire. Finge, perché ormai non riesce a fare altro: non riposa la notte per il male alla testa, le allucinazioni diventano sempre più frequenti. Ma non dice nulla a Marie.
Spirit viene a trovarlo, qualche volta. E’ sempre molto gentile, - l’avrà perdonato per quella vecchia storia di quindici anni fa? – e lo tratta come se fosse in procinto di rompersi; comincia a non sopportarlo più. Se solo tutti non gli ricordassero che sta perdendo la testa, cazzo, sarebbe molto meglio. Non molto, forse, ma sarebbe meglio. Marie continua ad adorarlo da lontano: Spirit e Sid gli tengono una mano sulla spalla e gli parlano lentamente per farsi capire. Come se avessero a che fare con un minorato mentale. Come se fosse già andato oltre il punto di non ritorno.
Esce dal bagno. Marie è tornata a casa tardi, ieri sera, ha la giornata libera e non si sveglierà prima delle dieci. Vuole uscire e prendere una boccata d’aria da solo, vuole sentirsi libero almeno per un po’: il laboratorio sta diventando il suo personale simulacro di follia, evaderne è un bisogno primario.
Death City, di mattina presto, è sempre avvolta da una nebbiolina leggera e vorticante: si dirige verso la Shibusen stringendosi le braccia, senza sapere bene perché, fra tutti i posti in cui può andare – il parco, il centro cittadino, il campetto di cemento dove i ragazzi giocano a basket – scelga proprio la strada selciata che porta alla sua vecchia scuola. Sembra incredibile aver provato felicità, lì dentro: ha studiato, ha combattuto, è cresciuto, ha insegnato. Ha passato le mattinate a sporcarsi le mani di gesso, ha passato serate intere a correggere compiti, ha passato pomeriggi nell’infermeria ad aiutare Medusa a…
Dèi. Non vuole nostalgia, non vuole rimpianto. Non riesce a dimenticare le dita asciutte della strega sulla nuca, non riesce a scordare che cosa voglia dire chinare la testa di nascosto per annusare meglio l’odore dei capelli di una donna, ma può forse morire di desiderio per qualcosa che non ha mai avuto? Non c’è mai stato niente. Non proverà ancora dolore nel ricordare.
Sul piazzale di mattoni color crema che porta alla Shibusen c’è un’ombra – alta, massiccia, vagamente sproporzionata – che si staglia netta contro la nebbia. Avvicinandosi, vede che si tratta di un uomo delle dimensioni di un orso grigio: è a torso nudo, si scalda gradatamente i muscoli di gambe e braccia, si piega fino a toccarsi i piedi e si solleva di nuovo. Prova a ricordare se ha già visto quel tizio bruno, con una strana barbetta sul mento e strisce chiare e scure sul cuoio capelluto, ma non gli viene in mente nulla. Quello si alza e lo vede; ferma i propri esercizi, sbuffando, e si passa una mano sul collo.
«Buongiorno»
«Uhm. Suppongo di dover sperare che sia un buon giorno»
«Penso dovremmo augurarcelo tutti, sì»
«Strano posto per fare esercizi di aerobica»
«E’ solo il riscaldamento, il jogging vero e proprio comincia fra cinque minuti. Un giro di corsa fino alla fine di Death City e poi si torna indietro. Ti ho già visto da qualche parte?»
«Non esco spesso di casa, ultimamente»
«Saggia decisione, visti i casini degli ultimi tempi. Ah, io sono Buttataki Joe, ma mi chiamano BJ. Lavoro alla Shibusen»
«Buon per te. Franken Stein, ex insegnante e psicopatico ufficiale della scuola»
Il tizio smette di sistemarsi l’orologio – nero, ingombrante, una sorta di mattone in bilico su un cinturino spesso come una manetta – e lo guarda, metà incuriosito, metà cauto.
«Quel Franken Stein? Perbacco. La vite è vera?»
«Tutto compreso nel prezzo»
«Wow. Alla Shibusen mi hanno parlato spesso di te, ma… Non ti credevo più reale di una leggenda. Sai, il modello che non esiste sul serio ma viene usato sempre come esempio…»
Per loro è già morto. Già sussurrano nei corridoi: oh sì, Stein, ti ricordi di lui? Era forte, eh, è un peccato che non sia più tra noi…
«Credo di essere reale»
«Sicuro. Ehm, sì… Co-come sta Marie?»
Qualcosa, nell’imbarazzo palpabile della voce, nella leggera esitazione della domanda, gli fa aggrottare appena le sopracciglia. Mente, senza pensarci.
«Bene. Perché?»
«Sono… stato il suo Meister, in Oceania. Era davvero una brava Weapon, ed una ragazza davvero adorabile. E’ da un paio di anni che non la vedo, così volevo sapere… Ehm, come stava. Sono arrivato solo da pochi giorni, e a scuola… ancora non l’ho incrociata, ecco»
Oh, che tesoro. Che discrezione. Perché non ammettere, semplicemente, di essere stato il suo amante, oltre che il suo partner? Marie, una volta, gli ha parlato di BJ, il “Mole Hunter” – l’uomo più tenero ed imbranato che abbia mai conosciuto, ha detto così? – che l’ha fatta diventare una DeathScythe. Non sente gelosia, solo uno strano senso di leggerezza. Deve combattere contro se stesso per non prendere quell’uomo per un braccio, trascinarlo in laboratorio, mostrargli Marie e dirgli solennemente: prenditela. Hai idea di quello che penso, a volte, quando mi sta troppo vicino? Hai mai voluto farla a pezzi, tu?
«Vive a casa mia» dice, cercando di non tremare «Vienila a trovare»
«Ehm, non so nemmeno se sia il caso di presentarsi…»
«Appena puoi. Appena sei libero, vieni. Il laboratorio, conosci la strada per il laboratorio Patchwork? Sempre dritto, quell’edificio laggiù, quello grigio. Vieni, le farebbe piacere. Davvero. Anche adesso, se vuoi. Subito. Un bella sorpresa al risveglio, eh? Sarebbe contentissima.»
«Ma… Okay, quando finisco scuola… Ecco, magari porto qualcosa per tutti e due, così mi sdebito per il disturbo…»
«Lascia perdere, basta che vieni. Vieni, va bene? Per Marie»
BJ annuisce, con meno esitazione, ed alza il pollice. Ha gli occhi azzurri. Lo abbraccerebbe.
«Okay. Vengo verso le quattro, quando finisco di lavorare»
«Va bene, perfetto. Splendido. Okay. Magnifico»
«Bene, allora andrei. Un bel giro per Death City prima di cominciare la giornata fa sempre bene»
«Oh, sì. Certamente. Magari lo farò anch’io, quando starò meglio»
Starà meglio. Marie andrà a vivere con BJ e lui potrà rimanere da solo con i suoi fantasmi. Si scioglierà nella pazzia, ma sarà contento. Non farà del male a nessuno. Morirà. Tornerà da Medusa.
«Oh, giusto!» ride BJ «Me ne stavo dimenticando! Chiunque sia legato alla Shibusen dovrebbe sapere la buona notizia, visto che sei a casa da un po’ forse non ti ha raggiunto… Abbiamo catturato una strega, ieri pomeriggio»
La testa sovraeccitata gli ordina, meccanicamente, di annuire e sorridere.
«Che bello»
«Eh sì. Beh, non è che l’abbiamo proprio catturata, si è consegnata spontaneamente, chissà perché poi… Dicono che sia una pericolosa, comunque, quindi sono contento che l’abbiano sbattuta in cella. Lo Shinigami dovrebbe giudicarla presto. Faceva l’infermiera qui alla Shibusen, mi hanno detto… Uhm, com’è che si chiama?»
Qualcosa, nel suo cervello, smette semplicemente di funzionare. Il sangue prende a sfrigolare nelle orecchie con un rumore assordante. Ma non è possibile. Ma non è possibile.
«Medusa! Ecco! Sì, Medusa. Ha dato lei inizio a tutti questi problemi col Kishin e compagnia bella, vero? Sembrava che fosse morta ma a quanto pare è più coriacea del previsto. Se si è consegnata alla Shibusen avrà in mente qualcosa, poco ma sicuro. Fossi lo Shinigami, la murerei direttamente dentro la prigione. E’ quello che si merita una strega»
BJ deve essere l’ennesima allucinazione, l’ennesimo parto della sua mente impazzita. Non è possibile. Non è reale. Non è vero. Perché c’è sempre quella lama che gira in una ferita sempre fresca? Perché la cicatrice non è sparita come doveva?
«Bene, vado. Ci vediamo, Stein!»
Rimane a guardare BJ salutarlo, correre via nella nebbiolina del mattino. Medusa, non può essere vero.
Sente i passi svanire. Si gira e prende la via di casa, mentre un giorno compatto e grigio comincia ad addensarsi alle sue spalle.
Pane tostato e formaggio, una tazza fumante. Marie ha spalancato gli occhi nel vedere la sua colazione già pronta: gli ha gettato le braccia al collo – Stein, non dovevi! – e si è messa a mangiare. Le brillavano gli occhi, era contenta. Non le ha detto di essere uscito, non le ha detto di BJ; si è messo a lavare i piatti. Lei, protestando, lo ha raggiunto al lavandino.
«Non fare il testone, questi li prendo io!»
«Sbagliato. Si deve festeggiare, oggi, perciò te ne stai buona lì seduta»
L’emicrania è solo una debole pulsazione, gli occhi di Medusa non sono un ricordo: la pazzia è vicina, la salvezza è chiusa in una cella dei sotterranei.
«Davvero? Che si festeggia?»
«Il mio buonumore. Mi hanno detto che la Shibusen è in festa, perciò sono felice anche io»
Marie socchiude gli occhi e ride. Ha uno sbuffo di sapone sulla guancia. Glielo toglierebbe a suon di pugni.
«Sul serio? Lo Shinigami ha tirato fuori una super arma segreta che ci farà sconfiggere Arachne in un batter d’occhio?»
«Chi lo sa? Io ho sentito qualcosa d’altro»
Lei gli toglie di forza i piatti umidi dalle mani. Nella sua urgenza c’è anche una punta di panico di cui si compiace senza ritegno.
«Ah sì? Che cosa?»
«C’è stata una cattura, mi hanno detto. Una… Oh, cavolo, non ricordo più tanto bene… Una strega? Può darsi che ne abbiano beccata una?»
«Oh! Non mi hanno detto niente, deve essere una notizia di stamattina… Beh, è davvero una splendida notizia!»
Da quando Marie ha cominciato a mentirgli? Da quando Spirit e Sid hanno cominciato a parlare sottovoce ogni volta che lo vedono avvicinarsi? Da quando lo Shinigami ha cominciato a vederlo come un nemico?
Sente l’allegria forzata nella voce di Marie, la bugia che si annida nella sua insicurezza: sente un bollore sordo nel petto, dove si rimescola la sua rabbia.
«Dicono che sia una strega pericolosa» dice, e fissa le sue mani bianche ed umide di schiuma al limone, «Dicono che si chiami Medusa»
I piatti finiscono a terra assieme a ciò che resta della pietosa farsa di Marie. Lei si china per terra, raccogliendo i cocci affastellando scuse su scuse: la guarda, ma non prova la minima pena. Alza leggermente un piede, preme con forza la scarpa sulla mano allungata a raccogliere un frammento di porcellana: Marie lancia uno strillo acuto, offeso, e si porta la mano alla bocca.
«Scusami» le dice, rivolgendole un sorriso – traditrice, non la perdonerà mai - che invoca perdono «Non ti ho vista, spero di non averti fatto male»
Lei si tiene le dita premute contro le labbra e mormora qualcosa; quando abbassa la testa con un singhiozzo che non riesce a trattenere, lui non può fare a meno di sorridere.