FADE TO BLACK
Capitolo 4
#05. Sickness

"I don't remember what happened,
I can't even remember who hit me,
Everything is spinning like a carousel,
Craziness travels all of my skin

Wake me up before I change again
Remind me the story that I won't get insane
Tell me why it´s always the same
Explain me the reason why I´m so much in pain"


Il vento è secco e granuloso, sa di sale, di terra deserta, me lo sento addosso mentre infilo le dita nella sabbia, è tiepida, è come se il sole non avesse mai smesso di scaldarla, quando mi lecco le dita la lingua si secca, ora ho anche io in bocca il sapore di sale e terra deserta di questo vento ma dov’è il suo calore, perché non lo trovo? il sole non batte più, non ricordo più quando l’ho visto per l’ultima volta
e non sai
"Niente? Non vedi niente? Non ricordi
niente?"

sembra che ci siano sempre state solo nuvole rosse che esplodono in lacrime di cenere, posso vederle ancora, le gocce sulle mani anche se non piove più, adesso, il cielo freme di umidità nera ma non si apre all’acqua, le mie mani sono pulite, il dito è umido dove l’ho leccato, della sabbia non rimane più niente tranne che il sapore nella mia bocca, poi anche quello svanirà ed io non rammenterò più di aver avuto sulla lingua le dita sporche e calde di un sole che non esiste, ma dove lo nascondono le nuvole? non possono nasconderlo, no, è questo sole che si è scurito, è stato risucchiato nel vuoto come i miei pensieri che se ne vanno non appena li formulo, come una cascata senza fine verso il basso, il nulla, le parole ed i ricordi non sono nient’altro che mille fotografie che vanno in pezzi non appena scattate, i frammenti perdono colore come se fossero sciolti nell’acido, il tratteggio sparisce ma non rimane il bianco, no, alla fine c’è solo il nero della carta bruciata, l’accendino che scatta ed il sibilo del gas quando mi accendo una sigaretta, le mie dita sono ferme e l’indice è ancora umido, mi godo questo momento finché posso ancora sentirlo, finché riesco ancora a capire ciò che faccio, forse presto non sarò più capace di tenere un filo logico e mi lascerò soltanto andare, Medusa lo permetterebbe?
Stein
non so cosa vuole lei, non so cosa voglio io, so solo che riesce sempre a tranquillizzarmi, non mi dice mai che sono malato o pazzo, dice che non devo avere paura di me stesso, presto non farà più così male ed allora la mia coscienza tornerà indietro, ma solo alla fine, quando sembrerà che per me non ci sarà più speranza, solo quando sembrerà che il Kishin mi avrà divorato completamente lei mi aiuterà, mi ha detto, metterà le mani nella mia testa e prenderà tra le mani il mio cervello imbevuto di pece e richiamerà la mia anima ed il mio cuore, solo allora mi leccherò le ferite come ho leccato questo dito sporco di sabbia e tornerò alla consapevolezza del mondo
avanti, vieni, siamo arrivati
vedrò le sue ceneri e le sue fiamme e me ne riempirò gli occhi, guarderò queste ceneri e capirò che un nuovo mondo può rinascere, perché è questo ciò che voglio, e Medusa sorriderà e guarderà assieme a me e mi starà vicino, perché non sono malato o pazzo ma soltanto io ed io ora so cosa voglio, voglio un nuovo mondo e voglio anche lei, la voglio non perché sembra così dolce e bella ma perché è crudele e capisce tutto ciò che provo, ha fatto sanguinare la mia anima e mi ha fatto in pezzi, ho lasciato che mi colpisse e mi sono lasciato smembrare, perché nessun altro mi avrebbe mai guardato così, nessuno di quei volti che sbiadiscono nella mia testa, nessun altro mi avrebbe mai detto vieni con me, ti voglio così come sei, senza maschere, tutti avrebbero detto povero Stein sta impazzendo, dobbiamo salvarlo, lui non è così, si tappano occhi ed orecchie e non vogliono vederlo ma io sono così, sono sempre stato così, un pazzo un po’ narcisista che voleva una terra senza divinità, fin da piccolo, ero un bambino che tendeva le dita verso un mondo marcio ma bellissimo ed ora sono un uomo che lo prende tra le mani, non sono nato per esistere in questo mondo, questo mondo non fa per te mi ha detto Medusa, tu sei come me, le regole ti sono strette, la moralità ti soffoca, vieni con me,
E io vi mostrerò qualcosa di diverso
non ho mai incontrato nessuno come te, ed io nemmeno Medusa, l’ho pensato ma non l’ho detto, l’ho lasciata parlare, in tutta la mia vita non ho mai visto degli occhi come i tuoi, mi ha detto, quando ti ho guardato per la prima volta ho capito che potevi essere solo tu, allora vieni, vieni, ho bisogno di te, ha passato il dito sulla mia guancia ed era così freddo che bruciava e sembrava così reale, ma non poteva essere vero, non l’avevo forse uccisa qualche settimana prima?
Ecco, stai attento ai rami,
ora non c’è che acqua sotto i piedi, non più sabbia né nuvole, ma volute bianche di nebbia ed un intreccio fitto di rami umidi, negli alberi che si contorcono su se stessi, malsani e scuri, nell’aria immobile non c’è più vento
"E ora cos'è quel rumore? Che sta facendo il vento?"
Niente ancora niente.

ma solo l’odore del nulla, tutto è immobile e non c’è suono, le voci tacciono, i piedi di Medusa nell’acqua non fanno rumore ma le mie scarpe sono fradice, fradice come le piante che mi schiaffeggiano molli i polsi, scie viscide sulla pelle come bava di lumaca, e poi una grossa sagoma che emerge tremando da lontano, una bolla grossa e nera, saltata fuori dal nulla proprio come Medusa tempo fa, quando la vedevo comparire nell’angolo di uno specchio o dietro di me, ero solo e di colpo compariva lei, rideva e si muoveva come sempre anche se sapevo che era morta, l’avevo uccisa io, questo lo ricordo, tutto ciò che riguarda Medusa lo ricordo perfettamente, solo lei è rimasta nei miei pensieri, fissa come un chiodo, parlava e mi camminava vicino ed io potevo quasi sentire il suo odore, quello che dopo che se n’è andata ha lasciato anche l’infermeria, non c’era più niente che me la ricordasse se non la macchia di sangue sulla mia camicia strappata, l’avevo indosso quella sera in cui ho ucciso Medusa, l’ho messa da parte nell’armadio e di tanto in tanto la tiravo fuori, il sangue si seccava e si spezzava sotto le dita e rimaneva solo lo sporco ma non importava, cercavo qualcosa che mi ricordasse che cosa avevo buttato via, a volte mi svegliavo di notte ed avevo l’impressione che lei mi avesse sussurrato qualcosa all’orecchio, in realtà ero io che parlavo da solo e la mia voce mi svegliava, continuavo a sognare e a ricordare che mi aveva detto che mi amava, era quasi morta e mi ha detto ti amo Stein, sorrideva e non aveva senso, perché voleva soltanto prendermi in giro, dimostrarmi che mi era superiore anche così, tagliata in due pezzi sul pavimento, perché noi l’amore non lo capiamo, quando le ho dato il colpo di grazia in mezzo alla fronte le ho detto non giocare con me, mi sei simile e tu non sai cosa vuol dire amare qualcuno, e lei ha sorriso ancora mentre il suo corpo cominciava a perdere consistenza, sembrava qualcosa di luminoso e senza tempo, qualcosa che brillava e svaniva nell’aria come un’allucinazione, ed allora ho capito che non avrei mai trovato nessun altro come lei, ed il mio cuore ha avuto uno strappo, l’ho uccisa ed in quel momento mi sono innamorato di lei, del suo sorriso che moriva, avrei voluto prendere quei pezzi in cui si stava disfacendo e tenerli in mano, dirle scusami ho sbagliato tutto, non volevo, andiamocene via dove non ci possa trovare nessuno, ma ormai era tardi, il suo sangue mi colava sulla faccia e lei non c’era più, scusami, scusami, solo tornato a casa mi sono preso la testa tra le mani, prima no, prima non potevo mostrare a nessuno cosa avevo scoperto, la ferita allo stomaco faceva male ma amavo quella ferita, per questo non l’ho curata, per questo la cicatrice si vede più che mai e di tanto in tanto brucia, di tanto in tanto la toccavo come ora tocco questa pietra troppo liscia
L'arida pietra nessun suono d'acque
e questi gradini che scivolano troppo umidi sotto la mano, so che devo seguire Medusa fin sotto l’arco ma improvvisamente sono troppo stanco, forse posso sdraiarmi per terra e dormire, ma poi comparirà il Kishin con le sue bende ed i suoi denti putridi, allora no, non posso riposare, devo costringermi a salire dove sta lei e seguirla sotto l’arco, nel corridoio e nel buio, anche strisciando, ma devo farlo, solo quando mi è vicino non sento più nulla, se non lo faccio la radio impazzirà di nuovo e mi sommergerà, e quella voce di donna che non conosco ricomincerà a pregarmi e a chiamarmi, non la sopporto, è troppo dolce, mi fa impazzire! non ha importanza quello che dice, non è vero niente, non è vero che mi conosce, non è vero che mi hanno costretto a venire qui, quella donna è una bugiarda, continua a parlare, parla e parla, mi dice torna indietro, mi dice dobbiamo salvarti, mi dice ti strapperemo a quella strega che vuole solo usarti contro di noi, dice cose prive di senso, mi tappo le orecchie e non la ascolto, quella voce sommersa dallo statico della radio, è così fastidiosa, il mal di testa peggiora sempre di più, chiederò a Medusa di cacciarlo via, di cacciare via l’emicrania ed anche la donna, mi sembra di avere anche lei nel cervello, ma adesso basta, ho detto di finirla, qualcuno la faccia stare zitta, un secondo e poi basta, qualcuno le tagli la gola!

La stanza è immersa in una penombra claustrofobica, tratteggiata da piccole barre di luce pallida che si intrufolano tra le fessure delle tapparelle. Stein apre gli occhi e li richiude subito, infastidito. La sagoma della sua mano appoggiata accanto alla testa, sul cuscino, si delinea a pezzi sotto il filo di sole, fragile e ossuta come quella di un vecchio. Ricaccia giù a forza la sensazione di nausea che è salita lungo la gola con la densità del fango e socchiude di nuovo le palpebre. La sua mano è normalissima, è la mano normale di un uomo normale. Non c’è niente che non vada in lui, è solo leggermente intontito.
Sente Marie muoversi nell’altra stanza mentre prepara la colazione, mentre traffica con il fornelletto e le pentole con uova e pancetta. Vorrebbe girarsi dall’altra parte e tornare a dormire; perché non dovrebbe farlo? Non ha lezione, oggi, e Spirit lo aspetta alla Shibusen solo verso le undici. L’orologio quadrato, di plastica grigia, in bilico sul comodino lo avvisa, col solito balbettio digitale, che sono appena le sette ed un quarto. Tornerà a dormire, spegnerà il cervello finché non riaprirà gli occhi al trillo della sveglia. Non lo farà subito: forse si permetterà il lusso di affacciarsi in cucina, per mormorare un “buongiorno” insonnolito a Marie – giusto per farla contenta, sa quanto lei tenga a questi semplici rituali come il saluto alla mattina prima di uscire di casa, le sono indispensabili quanto una tazza di buon caffè americano al risveglio – poi tornerà in camera, abbasserà del tutto le tapparelle e si infilerà di nuovo sotto le coperte.
Senza volerlo ha chiuso gli occhi; la sua mano si è infilata tra le pieghe della giacca del pigiama e sta accarezzando la leggera cordonatura in rilievo sul suo stomaco, quasi con affetto. Non appena se ne rende conto smette immediatamente. La cicatrice è innaturalmente bianca e sottile, sparirà presto: è l’unica delle sue ferite, almeno da quanto ricorda, a non essere stata trattata coi punti di sutura.
Ognuna delle sue cicatrici è un monito preciso – di un fallimento, di un momento di debolezza, di una distrazione – di un errore che non ha voluto dimenticare; quel sottile segmento candido, invece, è il ricordo di qualcosa che non capisce - non vuole farlo - e che desidera cancellare. Eppure, proprio perché non è stampata sulla sua pelle con un filo nero, Stein non riesce a scordare che quella ferita è esistita, esiste ancora, e che è lì, sarà sempre lì.
Si morde il labbro e riprende ad accarezzare la cicatrice, per una specie di sfida, adesso: lui non ha fallito. Si è opposto a Medusa e l’ha affrontata. Nei sotterranei della Shibusen è stato beffardo e disinvolto, le sue dita erano sicure sul manico di Spirit ed i suoi colpi sono stati precisi. Nessuna pietà, nessun rimpianto. Fra i due, è stato il più veloce a colpire, e non se ne pente: se avesse esitato, se non avesse colto l’unico attimo in cui Medusa ha abbassato la guardia, lei gli avrebbe staccato la testa. Però, però – una domanda continua a tormentarlo, a tornare implacabile, e non ha ancora avuto risposta – c’è quella cicatrice. Un attacco di Medusa che avrebbe potuto andare più a fondo, che avrebbe potuto arrivare fino al cuore. Per qualche attimo è riuscito a sentire le dita di lei attraversargli decise la cassa toracica, avanzare inesorabilmente – sapeva che non avrebbe potuto fermarla, in quel momento si è sentito già morto – e fermarsi di colpo. Medusa si è semplicemente bloccata ed ha estratto la mano, si è limitata a guardarlo con un sorriso mentre lui crollava sulle ginocchia e sputava sangue. Ha rigettato la sua offerta, l’ha insultata e l’ha combattuta: perché risparmiarlo, allora? L’idea di essere stato oggetto di una grazia, ah, questa è la cosa peggiore da riconoscere.
Sospira a fondo. Non è un uomo sconfitto, anche se il Kishin è libero e la pazzia ha preso lentamente a crescere dentro di lui – lo avverte ogni giorno di più, la presa che si fa più ferrea, la morsa più soffocante, i sussurri più invitanti. Medusa è morta e lui è vivo. Ha dei ragazzi a cui badare, ha una donna adorabile e dolce che vive con lui da tre settimane, ha degli amici come Spirit e Sid che lo sostengono: è felice, come potrebbe non esserlo? Medusa si sbagliava sul suo conto, si sbagliava su tutto. Lui non ha bisogno d’altro, non rimpiange nulla di ciò che ha rifiutato.
Si alzerà dal letto, andrà in cucina e saluterà Marie: si sforzerà di essere gentile, - la dolcezza non è parte integrante del suo carattere – la ascolterà, mangerà la colazione che gli ha preparato e poi la accompagnerà a scuola. Farà il bravo bambino, si comporterà bene e la renderà felice. Sarà una buona giornata.
Si alza ed afferra il pacchetto di sigarette dal comodino, spegnendo la sveglia con un colpo secco sulla sommità. La sua mano si appoggia sulla maniglia della porta ma non la abbassa. All’improvviso non ha più appetito né voglia di entrare in cucina. Non vuole rovinare il buonumore di Marie mostrandole un sorriso stentato ed una forza che non possiede più da tempo, - sa bene che lo Shinigami gliel’ha affidata come partner perché le onde spirituali di lei rallentino l’effetto dilagante della pazzia, sa che si troverà presto a dipendere dalla sua vicinanza – non vuole fare in contemporanea il fratello maggiore, il figlio, l’amante ed il marito. Lei non gli ha mai chiesto niente, dispendia il suo affetto e le sue attenzioni come se tutto gli fosse dovuto, ma quando comincerà a chiedere qualcosa in cambio? Marie gli è devota in modo totale da quando erano bambini ed anche adesso – anche dopo vent’anni di separazione in cui, gli duole ammetterlo, l’ha pensata poco o niente – è innamorata di lui con la stessa forza testarda e priva di sfumature. Non è un amore adulto, è ancora un’adorazione morbosa ed infantile. In un certo senso gli dispiace che Marie passi tutto questo tempo con lui, nella sua stessa scuola e nella sua stessa casa – perché continua ad aprirle il giornale del mattino sulla pagina delle vendite di appartamenti in città, anche se sa che lei non lo degnerà di un’occhiata? – ma che può farci? Esce ogni volta che può, si inventa commissioni che non esistono per stare il più lontano possibile dal laboratorio, eppure Marie lo aspetta sempre con lo stesso sorriso e la stessa fiducia di sempre, come se non stesse cercando di abbandonarla. Vorrebbe che si trovasse un uomo che possa darle quella sicurezza e quell’amore che cerca: lui può soltanto darle la sua gentilezza ed il suo sostegno. Nulla di più.
Ma sono pensieri stupidi. Marie non gli chiederà mai nulla, sa com’è fatto e sa che cosa è impossibile chiedergli. E’ una brava ragazza e si comporta come tale, chi gli dice che non faccia così con tutti? In una cosa Medusa aveva ragione, un suo grande difetto è quello di snocciolare ipotesi e limitare le prove allo stretto necessario, a volte omettendole deliberatamente. Marie non è innamorata di lui, semplicemente lo ammira senza nasconderlo. Probabilmente è così. E poi non è vero che lei gli dà fastidio, Marie gli piace molto. Non c’è nessun motivo per esitare. Niente cambierà in modo irreversibile, quando attraverserà quella porta.
Entra in cucina. Marie sta litigando con un uovo particolarmente restio a rompersi: lo batte con delicatezza contro il bordo della padella, quasi temesse di fargli male, mentre con la mano libera sta rovistando nel cassetto alla ricerca di un cucchiaio. Lui tentenna ancora, lisciando con il pollice il cellophane del pacchetto di sigarette.
«Buongiorno»
Lei si volta. L’espressione vagamente spaesata – le lenzuola sono ancora stropicciate in un angolo del divano, deve essersi svegliata da poco - si distende non appena lo vede, diventa molto più luminosa del sole che entra a fiotti dalla finestra.
«Buongiorno, Stein. Dormito bene?»
Si avvicina sorridendo, con l’uovo ancora in mano, e si alza sulle punte dei piedi per salutarlo. Le porge la guancia, pentendosene quasi subito – diamine, non può sentirsi a disagio a baciare innocentemente sulle labbra un’amica che conosce da più di vent’anni – ma si gira troppo tardi, e Marie gli bacia solo un angolo della bocca. Il desiderio di rimediare si trattiene nella sua testa qualche secondo di troppo e lei sta già pensando ad altro, all’olio che sfrigola sul fornelletto e all’uovo ancora da rompere. Lui rimane fermo ancora per un po’ – non riesce a non provare un certo sollievo - poi va a sedersi docilmente a tavola e si accende una sigaretta.
Marie rimane a guardarlo con la coda dell’occhio buono. Sono passate tre settimane da quando Stein ha accettato di ospitarla finché non trova un appartamento libero, eppure non riesce ancora ad abituarsi a lui. Alla sua presenza. A volte, quando lo guarda – come adesso, mentre tira una boccata distratta alla sua sigaretta ed il fumo si srotola lungo un perfetto filo color argento – non può fare a meno di trovarlo bellissimo. Stein è un insieme assurdo di elementi che in qualcun altro sarebbero terrificanti – le cicatrici nere sul viso, la vite che gli attraversa il cranio, i capelli tendenti all’albino, la piega vagamente sinistra che si forma a lato della bocca quando sorride – ma che, in lui, riescono a essere parte di un fascino che ha origine direttamente dal suo mistero. Eppure, anche se rimane meraviglioso, è improvvisamente invecchiato. In tre settimane l’ha potuto osservare bene, e l’ha visto cambiare fisicamente, gradatamente: gli occhi sembrano sempre stanchi, è più silenzioso che mai, a volte non riesce a sopportare la luce del sole – dice che gli fa venire un’emicrania insopportabile - e deve rimanere chiuso in casa per un’intera giornata. La linea delle guance è più netta, l’ombra delle occhiaie più marcata: vederlo seduto al tavolo con la sigaretta in mano, gli occhi semichiusi e il pigiama stropicciato è quasi doloroso. La sua pelle pare essere diventata trasparente, come piena d’aria, e lei riesce quasi a vedere le vene azzurrine che scorrono sotto la cute. Vorrebbe fermare questi cambiamenti, bloccare quella che le sembra una discesa folle verso l’abisso, ma che può fare se lui non parla mai, se non dice se soffre o se sta bene, se non fa che starsene zitto e pensare a chi sa cosa? Ha l’impressione di essere troppo debole rispetto a quell’uomo seduto al tavolo con la sigaretta in mano, che le chiede se ha dormito bene, che le domanda che programmi ha per la giornata: con lei è sempre gentile - forse troppo, visto che non ha motivi per cui esserle grato – e non si arrabbia mai, non si è arrabbiato nemmeno quando è riuscita a rompere il becco di Bunsen a cui teneva particolarmente. Preferirebbe la sua furia, piuttosto che quell’atteggiamento che rasenta la compassione, ma non è capace nemmeno di infastidirlo. E’ crudele da parte sua desiderare una cosa del genere, visto che è diventata la sua partner per calmare gli effetti che la liberazione del Kishin ha avuto su di lui, però… E’ forse troppo chiedere qualcosa che non sia la mera cortesia? Si comportano come due estranei che vivono per caso sotto lo stesso tetto. E’ frustrante, ma non poteva dire di non essere stata avvertita: Azusa e Nygus le hanno rivolto entrambe la medesima espressione di compatimento, quando ha annunciato loro che sarebbe andata a vivere con Stein, ma solo Nygus è riuscita a dirle che era contenta per lei. Ma cosa importa di quello che pensano loro, santo cielo? Vuole bene a Stein, è felice di averlo come Meister; deve solo impegnarsi un po’ di più, deve riuscire a farlo rilassare, a fargli capire che può contare su di lei in ogni momento. Gli starà vicino e lo sosterrà, e tutto andrà bene. Deve andare tutto bene, no?
«A che ora hai lezione,oggi?»
«Comincio alle otto e un quarto, quindi posso prendermela con calma. Uovo o pancetta? Facciamo tutte e due?»
«Per la miseria, questa è la strada più diretta per farmi salire il colesterolo a livelli stratosferici!»
«Franken Stein, tu mangi troppo poco. Finché sono viva non uscirai da questa casa…»
«E’ un laboratorio, Marie»
«…non uscirai da questa
casa laboratorio se non butti giù qualcosa»
«Allora mantieniti sempre in buona salute. Tu cosa prendi?»
«Oggi io e le uova siamo su due mondi diversi, quindi opterò per la pancetta. Tu?»
«Anche per me va bene, a patto che domani cucino io. Non è giusto che fai sempre tutto»
«Franken, mi piace cucinare e fare la donna di casa, okay? Mi diverto e mi alleno»
«Ti alleni?»
«Per quando sarò sposata e dovrò badare a mio marito, no?»
«Ah, già…»
Rimangono in silenzio a mangiare la colazione. Stein deve sforzarsi di inghiottire ogni singolo boccone di pancetta, sente che potrebbe sputarlo fuori da un momento all’altro. Marie riprende a parlare dei loro alunni e della prossima missione in Alaska che stanno preparando da settimane, da quando hanno scoperto che il Brew si trova lì. Dovranno contenderselo con gli uomini dell’Arachnophobia, l’organizzazione capeggiata da Arachne, la Strega Eretica. Lui e Spirit stanno pianificando le ultime mosse, vogliono essere precisi su ogni cosa, devono essere pronti a qualsiasi eventualità: il Brew deve passare alla Shibusen ad ogni costo. Non possono permettere che il nemico metta le mani su un artefatto di Eibon.
Nessun errore è permesso, stavolta. Nessun tipo di fragilità.
«E se fossi tu l’anello debole della catena, Stein?»
Senza volerlo, trasale. Perché ha l’impressione che qualcuno gli abbia sussurrato quella frase all’orecchio?
«Hai detto qualcosa?»
«Eh? Dicevo che per il traghetto dell’andata non ci dovrebbero essere problemi… Tutto bene?»
«Sì, sì»
Si massaggia il gomito increspato di brividi. Non è la prima volta che si immagina di sentire cose strane o di vederle – qualche giorno fa è sicuro di aver visto una serie di dita traslucide che battevano sui tasti del computer mentre lui stava lavorando, ed è altrettanto sicuro che una mano gli abbia spinto la fronte contro lo schermo – ma non ha senso spaventare Marie riferendogliele. Se dovesse dirle delle allucinazioni dovrebbe parlare anche di Medusa, e questo non lo vuole.
«Vado a darmi una sistemata e poi ti accompagno a scuola. Sono sicuro che in biblioteca posso trovare qualcosa di utile per la spedizione, poi ne parlo con Spirit»
«Dovresti riposarti, finché puoi. Sembri sempre stanco, ultimamente»
«Deve essere un affaticamento muscolare, niente di preoccupante. Lavorare mi fa bene, sul serio. Ci metto dieci minuti al massimo a prepararmi»
«Come vuoi»
La sensazione di soffocamento non passa neanche quando si chiude la porta alle spalle. I brividi sono saliti fino alla nuca, e sa fin troppo bene che cosa voglia dire. Allucinazioni maledette. Medusa. La sentirà e la vedrà di nuovo. Rivivrà tutto. Dannata. Dannata. Non davanti a Marie, può solo sperare quello. Non davanti a Marie.
Eppure Medusa non compare. Riesce a vestirsi e a radersi senza sentire la sua voce o senza vederla comparire nello specchio. Va tutto bene. Sul serio. Sta bene, lo aspetta un’altra giornata di lavoro che risucchierà la sua attenzione fino alla sera. Non penserà a cose strane. Non avrà altri incubi ad occhi aperti.
«Per quanto ancora riuscirai a resistere senza di me, Stein?»
Si gira, guardando la cucina vuota. Marie lo chiama, fuori dalla porta, già a metà del vialetto di casa.
«Tutto a posto?»
«Sì»
Chiude la porta e rimane a fissare indeciso la serratura.
«Non è nulla. Mi sto soltanto facendo paura da solo»

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