FADE TO BLACK
Capitolo 3
#70. Blood

"Always wanting what your eyes can't see
Needing what your arms can't reach
Thinking you are in need,
Always hearing what your ears can't hear
Feeling what your hands can't touch
Thinking you're incomplete

Everlasting need
Would you please?
Answer me and
Make me complete
Everlasting greed
Would you please?
Set me free
Fulfill all my needs and me complete"


Stein prende a succhiare nervosamente il filtro della sigaretta spenta, tentando di convincersi che quella strana sensazione che gli ristagna nelle viscere non è paura; è qualcosa di totalmente ed essenzialmente diverso. Non è paura, non soltanto, almeno: è un miscuglio confuso di eccitazione, rabbia, tenerezza e senso di colpa. E attesa. Gli sembra di stare sulla riva di un lago gelato – non sa dove, se e quando riemergerà – a guardare le lucide strisce di sole traballare sul pelo dell’acqua, trattenendo il respiro prima dello schianto delle gocce fredde contro la pelle.
Si infila la sigaretta dietro l’orecchio; prende la tazza fra le mani. Il tè, - la bustina ancora immersa e le macchie condensate di limone che galleggiano sulla superficie – deve essere decisamente troppo forte per piacergli, ma si sforza di berne un sorso, per educazione. Medusa, dall’altra parte del bordo della tazza, sembra impaziente, forse un poco esasperata. Gli ha detto che si aspetta delle scuse, da lui. Forse è questo a farlo sorridere: ma è un sorriso rapidissimo, che sa di tenerezza ed imbarazzo.
«Dicevo. Medusa, ventotto anni, infermiera da dieci mesi alla Shibusen, tre anni di esperienza in ospedali diversi per tutto il Nevada; dolce, sempre disponibile a fare delle ore extra al lavoro, gentile con tutti, specialmente coi bambini. Molto brava nel suo campo, con sangue freddo e mano ferma. Potrei definirla perfetta.»
Beve un altro sorso di tè. Ad assaporarlo bene non è sgradevole, magari un po’ troppo aromatico ma non cattivo.
«Questa è la versione ufficiale: una giovane donna piena di talento e qualità che passa le proprie giornate a prendersi cura degli altri con una dedizione che ha dell’incredibile. L’immagine che ho tracciato io è leggermente diversa.»
Le sue unghie fanno un rumore particolare, quando battono contro lo smalto della tazza. Sente ancora il sapore del tabacco sulla lingua, malgrado il sorso di tè che brucia in gola.
«Medusa Gorgon, età sconosciuta ma certamente superiore agli ottocento anni, strega fra le più temute della sua razza, infiltrata come infermiera in una scuola di Meister e Weapon per usare i propri pazienti come cavie; padrona della Spada Demoniaca che ho affrontato qualche tempo fa e responsabile di buona parte delle disgrazie capitate a Maka Albarn e a Soul Eater Evans negli ultimi tempi. Insomma, la creatura spietata che non esita ad usare qualunque mezzo per ottenere ciò che vuole, che fa terra bruciata attorno a sé ad ogni passo e che, sorprendentemente, è riuscita a prendere per il naso lo Shinigami e i professori della Shibusen per tutto questo tempo. Ho dimenticato qualcosa?»
Medusa sbatte le ciglia, il mento appoggiato sulle nocche e i gomiti sul tavolo, mentre lui si guarda in giro: ha ripescato la bustina di tè e la tiene gocciolante fra le dita, non sapendo dove buttarla. Lei tende la mano e la prende, prima di andare a gettarla nel lavandino; il sottilissimo filo bianco, con l’adesivo ancora attaccato, spunta dalle sue dita come la coda di un topo in trappola.
«Povera me» sospira, tornando a sedersi «Credevo che tu volessi scusarti per la scenata di oggi pomeriggio, invece… Sei davvero un uomo pestifero, Franken Stein»
C’è stato un momento – un attimo solo, ma sufficiente per farlo tentennare paurosamente – proprio quando l’ha vista tornare a casa, convinta che non ci fosse nessuno ad attenderla, in cui si è chiesto se non avesse frainteso tutto. In fondo ha visto soltanto una ragazza giovane e tranquilla che torna dal lavoro, con ancora il camice da infermiera addosso, la borsetta ed il mazzo di chiavi in mano: inquadrata nel vano della porta, in un grazioso appartamento color crema preso in affitto, per un attimo Medusa gli è sembrata perfetta.
Poi, senza accendere la luce, l’ha vista togliersi le ciabattine e rimanere scalza, sfilarsi il camice ed appoggiare sul tavolo chiavi e borsetta; anche il semplice gesto di riassestarsi i capelli – un movimento sicuro e nervoso di dita fra le ciocche – gli è sembrato improvvisamente troppo avido, troppo smanioso di liberazione: ha pensato ad una figurina appiccicata di forza su un fondale di cartone che non le appartiene.
E’ stato allora che ha avuto la conferma definitiva di non essersi sbagliato, ed ha atteso con pazienza che Medusa accendesse la lampada e lo vedesse seduto in equilibrio sul bordo del letto, - decisamente troppo grande per una persona sola, proprio come pensava.
“Bentornata” le ha detto, beffardo.
Ma lei, nello sprezzo, ha comunque percepito l’eco lontanissimo della malinconia.
Stein si porta di nuovo la tazza alle labbra per poi lasciarla scivolare lungo il tavolo.
«Neghi?»
Medusa sembra trovare la tazza abbastanza interessante da volerla agganciare con un dito per tirarla più vicino; studia qualcosa sul bordo di ceramica – bianca, disegni azzurri stampati lungo gli orli - con un sorriso leggero, poi appoggia le labbra e beve.
«No, certo» dice, riappoggiando le mani aperte sul ripiano del tavolo – ha le unghie laccate di nero, chissà come mai non si è mai accorto di questo particolare, come non si è mai accorto che Medusa non mette il rossetto o non si trucca gli occhi, «Ma questo non ti servirà a molto, temo. La tua situazione rimane sempre disperata»
«Ti sembro disperato?»
«Sei venuto fin qui per ottenere una confessione, credo. Non hai molto in mano, vero? Lo capisci da solo che una serie di deduzioni ed ipotesi snocciolate una dopo l’altra non ti basteranno, come pure la lettera che tieni in tasca – sì, quella che ti è costata cinque ore di traduzione in biblioteca ed un intero pacchetto di sigarette. E neanche il campione di sangue nero di Maka Albarn che hai rubato dall’archivio dell’infermeria. Ah, sembra proprio che non sia stata una strega ad attaccare Maka e Soul, visto che si è trattato della Spada Demoniaca prima e di un licantropo poi... Per tutto il tempo io ero occupata a curare quell’odiosa epidemia di raffreddore, qui a scuola.
Ho dimenticato qualcosa?»
Sorridere richiede uno sforzo enorme – sì, perché non può fare a meno di lasciar traspirare un senso di estatica ammirazione per quella donna che, tirando i fili e facendo muovere le sue marionette con tanta maestria, ha trovato il modo di raggirarlo con una facilità quasi umiliante.
«Credo di no. Sei stata tu a lasciare quella copia del Malleus Maleficarum nella biblioteca, quando hai saputo che stavo preparando una lezione sulle streghe per la settimana prossima»
«Sì»
«Sei stata tu a lasciare in bella vista la cartellina di Maka Albarn sulla scrivania per poi metterla via in tutta fretta, spingendomi a curiosare nel tuo archivio»
«Sì»
«E sei stata sempre tu a mandare la Spada Demoniaca e quel licantropo contro i ragazzi, rimanendo dietro le quinte ad osservare tutto»
«Sì»
«Perché?»
Medusa gli rivolge un sorriso straordinariamente mite, tenero; qualcosa, nel suo stomaco, si strappa.
«Tu vuoi chiedermi molte cose ed anche io voglio avere alcune risposte da te. Siediti, Stein»
Non esiste alcuna ragione al mondo perché lui debba sedersi ed ascoltarla; eppure si siede dall’altro capo del tavolo, si toglie la sigaretta da sopra l’orecchio e se la infila tra le labbra. La mano si infila in tasca ma si ferma, quando tocca la scatola di fiammiferi.
«Ti ascolto, Medusa. Per quali motivi sei entrata alla Shibusen?»
«Stein, non chiedermi cose che sai già. Chiedi quelle che vorresti sapere»
«Bene. Sei alla Shibusen per via del Kishin nascosto nei sotterranei della scuola, ma perché ti interessa tanto una divinità intrappolata e dormiente da secoli?»
«Ho studiato per anni il sangue nero che adesso infetta il corpo di Soul Eater. Ho osservato, ho sperimentato ed ho aspettato a lungo, ma adesso sono sicura di poter svegliare il Kishin. C’è voluto un bel po’ a capire dove lo Shinigami lo teneva nascosto, lo ammetto, ma alla fine ho scoperto anche questo»
«Dimmi almeno che sai che razza di follia stai preparando, Medusa. Dimmi che non sei così stupida da non sapere che cosa scatenerai nel mondo»
Medusa continua a sorridere con dolcezza, quasi con compassione: si alza dalla sedia, appoggiandosi sulla punta delle dita e sporgendosi leggermente verso di lui.
«Ma che mondo vedi fuori da quella finestra, Stein? Qualunque cosa tu veda, non può essere per me. I morti non parlano, i sordi non possono sentire, nessun cieco riottiene miracolosamente la vista... Ma i preti di ogni dio continuano a benedire i roghi, a celebrare le materie, a trovare parole giuste per ogni carneficina.
Ti sei ritagliato il tuo angolo al calduccio, in questo allegro sfacelo, Stein?»
«Ed immagino che liberare la follia suprema del Kishin sia la soluzione per tutti i problemi del mondo. La soluzione finale. Mi pare di averla già sentita» Lui tira una lunga boccata alla sigaretta appena accesa, cercando di ricacciare indietro il rigurgito di irritazione che è salito lungo la gola. «Medusa, avrei quasi potuto essere d’accordo con te se non avessi sentito una fastidiosa vena, come dire? messianica, nelle tue parole. In bocca ad una strega perde completamente senso»
«Non sto cercando di fare moralità, ti sto solo dicendo quello che ho visto, ma posso capire il tuo commento. Non hai osservato che uno spicchio di questo mondo, dal basso della tua esperienza su questa terra, ma l’importante è rimediare a questa mancanza. Quello che mi preme che tu capisca è come una ventata di evoluzione possa cambiare le cose definitivamente. Ricominciando a costruire dalle ceneri di questo mondo si può avere un futuro: non può farlo l’umanità che conosci adesso, ma solo chi attraverserà indenne la pazzia del Kishin, comunque ne esca»
«Tanto varrebbe sterminare tutti gli uomini del pianeta, a questo punto»
«Ti sbagli. Voglio solo vedere un mondo diverso. Questo soffoca pure te, Stein. Perché non vuoi ammetterlo?»
Medusa gira attorno al tavolo e viene a sedersi accanto a lui; Stein si sente quasi lusingato dall’attenzione con cui lei sceglie ogni parola, la soppesa e la pronuncia. Vuole davvero convincerlo della sua visione, ed è questa, forse, la cosa più triste.
«Medusa, non c’è alcun senso in quello che dici. Stai parlando di nuovi inizi e di rinascite, ma dalla distruzione completa non nasce nulla; da bambino sognavo un futuro in cui nessuno fosse sopra di me, in cui non esistesse alcun dio che dettava legge, ma già allora avevo capito che un mondo del genere è pieno di marciume. Hai detto che il Kishin porterà una ventata di evoluzione: a che serve, ti chiedo? Noi esseri umani abbiamo imparato da soli dai nostri errori e ci siamo evoluti, abbiamo raggiunto livelli che si pensavano irraggiungibili solo fino a pochi anni fa. La vera evoluzione è nella mente dell’uomo, non nel suo sterminio per opera di un dio pazzo. Non c’è niente di sensato nella liberazione del Kishin, solo l’ingenua fede in un atto demiurgico: in questo non sei diversa da tutti gli altri… Con me stai perdendo il tuo tempo. Non piegherò la testa. Non davanti a questa follia»
Rimangono a fronteggiarsi in silenzio, come se i loro sguardi si incatenassero a vicenda. C’è qualcosa – dentro di sé ne è profondamente consapevole – che li accomuna: loro due sono i predatori, quelli che mettono a repentaglio la sicurezza di tutti per il proprio egoismo, quelli pericolosi ed incattiviti dai legami troppo stretti. Quelli di cui non bisogna fidarsi.
«Tu sei come me» dice Medusa dolcemente, come se avesse percepito il corso dei suoi pensieri, «Non appartieni a questo posto, a questo tempo. L’ho capito subito, non appena ti ho guardato negli occhi. Tu rimpiangi di non avere quel mondo che sognavi da bambino, ma perché pensi sia qualcosa di irrealizzabile… Non è così»
«Dèi, che banalità»
«Il tuo guaio è l’ironia, Stein. Ti fa perdere il quadro d’insieme. Perché credi che mi sia impegnata tanto per farti sospettare di me? Sapevo fin dal principio che solo tu avresti raccolto gli indizi che mi sono lasciata alle spalle e saresti venuto qui per ascoltare ciò che avevo da dirti, perché la tua natura è curiosa come la mia. Sei sempre stato dilaniato fra il desiderio di assecondarla e quello di obbedire fedelmente allo Shinigami. Non è così strano che alla fine tu abbia scelto proprio quello che odi, la monotonia dell’ordine. Voglio darti quella possibilità che hai sempre rifiutato… No, non guardarmi così. Non ti sto mentendo, Stein, né ho intenzione di farlo: voglio ricreare un caos primigenio.
Vieni con me»
Esita. Non è l’esitazione di qualche secondo, è l’esitazione di tutta una vita. Potrebbe essere bello, potrebbe essere giusto: aprirebbe la porta di qualcosa di nuovo ed inesplorato, qualcosa di diverso da quella realtà così sintetica ed immobile che si è abituato a vivere. L’idea di poter finalmente essere ciò che è davvero – abbracciare la propria disgustosa, meravigliosa natura di egoista – è semplicemente troppo bella per essere respinta con decisione. La accarezza, la tiene stretta: la immagina reale. Pensa se stesso assieme a Medusa – la predatrice dagli occhi dorati, l’incarnazione della follia dormiente nelle profondità del suo animo – mentre osservano la distruzione e la rinascita del mondo sotto i loro piedi. E che importa del Kishin, che importa dell’umanità? Lui sarebbe libero. Sarebbe un’anima che si è disfatta del proprio corpo e che vaga senza preoccupazione. Sarebbe se stesso.
Si alza lentamente, imitato da lei; ancora perso nella propria febbre, la guarda e si scopre, con un certo stupore, a desiderarla. Desidera la metà perfetta del proprio sé, la donna, la verità delle promesse.
Le loro anime ed i loro cuori sono uguali.
Medusa lo abbraccia con un movimento fluido, gli appoggia la fronte contro il collo, eppure è tutto così meraviglioso, così privo di calore e sentimento, che per qualche secondo si sente mancare.
«Io ho bisogno di te, Stein»
Ah, che diabolica premeditazione, in quella frase perfetta. La bocca premuta contro una spalla nuda di lei, Stein sente che in questo momento potrebbe divorarla: non con avidità ma con lentezza, con uno strano senso di devozione e gratitudine; prenderebbe la sua essenza, farebbe sua quella forza straordinaria, assaporerebbe fino in fondo il gusto di un’anima proibita. “Dove sei stata per tutto questo tempo?” le chiederebbe, masticando felice, “Credevo di averti seppellito da qualche parte dentro di me…!” Lei non direbbe nulla, con quel sorriso così dolce mentre si lascia divorare senza un lamento, attendendo assieme a lui il momento della riunione definitiva.
Perché non dovrebbe seguirla? Appoggia le labbra sulla vena azzurra del collo di lei: ecco, la sua forza, la sua essenza più profonda è qui, nel suo sangue. Bere, bere il suo sangue, il suo veleno, e banchettare con i suoi muscoli ed i suoi nervi, fino all’ultimo pezzo. Sì, deve essere così.
Di colpo, gli sembra di svegliarsi. Guarda se stesso, guarda lei: all’improvviso tutto è troppo sbagliato per sopportarlo anche un secondo di più. Ritira in fretta la testa, qualcosa strappa il suo labbro inferiore. E’ uno dei ganci metallici del colletto di Medusa; lei lo guarda, non sbatte le palpebre. Gli tocca con dita incerte il sangue sul suo mento, l’altra mano – funzionale, sterile – sulla nuca: risale fino al labbro ferito, indugia sulle linee della bocca. Lui chiude gli occhi con un tremito.
«Non ti seguirò, Medusa»
Per un attimo le parole rimangono nella sua mente, solo immaginate: un secondo dopo diventano reali, ingombranti, e sembrano schiacciarlo tutto – il suo corpo ed i suoi pensieri; poi lei lo bacia, e la marionetta che è stato Stein sente spezzarsi i suoi fili.


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