"Tonight I'm so alone
This sorrow takes ahold
Don't leave me here so cold
Your touch used to be so kind
Your touch used to give me life
I've waited all this time, I've wasted so much time"
Quando chiude gli occhi e si immerge nei suoi sogni, Stein incontra il Kishin.
Non c’è bisogno di urla nel cuore della notte per capirlo, di movimenti scomposti fra le lenzuola ancora tiepide di sonno: lui apre lento le palpebre, in silenzio, e nelle sue pupille vedo impresse a fuoco le ombre che hanno preceduto il risveglio. Sono immagini terrificanti, dai contorni febbrili di un’allucinazione, pregne di orrore e urla lontane, di mosche che ronzano su cadaveri decomposti: e poi c’è lui, il Kishin, che regna su quel nulla denso come sangue rappreso, lui, il Kishin, un ammasso contorto di bende, nervi, ossa e membra scheletriche. Aveva la mia voce, mormora Stein, e la mia faccia. Rideva, mentre cercavo di fuggire, volevo andarmene, non volevo vedere più niente. Poi si è gettato su di me, continua, gli occhi lontani, sul soffitto, e mi ha strappato il braccio a morsi. C’era il mio braccio, per terra, curvo come una virgola, ma l’osso era ancora attaccato alla mia spalla. Il torace non aveva più carne, solo costole nude e bianche, ed il cuore…
Gli bacio gli occhi, basta, gli dico, premo le labbra a fondo per scacciare quei residui di incubo rappresi sulle sue palpebre, basta pensarci, Stein, era solo un sogno: era il futuro, geme lui a bassa voce, e volta la testa. Scotta di febbre. Salto giù dal letto, e mentre frugo sul pavimento alla ricerca delle mie cose mi tornano in mente i miei giorni alla Shibusen, quando lavoravo come infermiera, e quelli ancora più lontani nel tempo e nello spazio, sfuocati ed indefiniti: eppure, se la mia mente fatica a ricordare, le mie mani, queste mani che non mi appartengono, rammentano tutto e sanno da sole come agire. Che ironia, dico a Stein, appoggiandogli il primo impacco, acqua tiepida e ricotta, sul petto, dove un calore malsano va diffondendosi come le ramificazioni di una ragnatela, ed il secondo sulla fronte. Noi streghe abbiamo una natura distruttiva, eppure sono stata capace di mescolarmi agli esseri umani perché sono anche capace di guarire.
E’ sempre stato così.
C’erano giorni, quando ancora vivevo assieme a mia sorella Arachne, in cui mi spingevo fuori dalla nostra casa per andare al mercato. Passeggiavo per le strade polverose reggendo tra le braccia una cesta di frutta e la gente si scostava per lasciarmi passare: guardavano le mie braccia bianche, i piedi nudi, la benda da sacerdotessa di Ecate legata con cura sulla fronte. Io e mia sorella eravamo rispettate e potenti, agli occhi di quelle persone. Potente: Arachne disse per la prima volta questa parola quando ero molto piccola, tu, Medusa, mi disse, guardandomi al di sopra del telaio, sarai una strega molto potente.
Capii il significato di quelle parole solo molto tempo dopo, in un umido pomeriggio di sole: non sei più una bambina, aveva detto mia sorella maggiore solo qualche minuto prima, quando mi aveva passato un’ultima volta la mano sulla fronte per sentire la febbre, adesso sei una giovane donna. Io non mi sentivo una donna: solo da poco tempo il mio corpo si era sciolto in quelle curve morbide che avevano smussato i miei contorni da adolescente spigolosa. Eppure chiudevo e riaprivo gli occhi cercando di scordare il fagotto ruvido che mi sfregava contro le gambe e lo stillare vischioso del sangue che ristagnava sulla pelle. Avevo scalciato con rabbia le coperte, quando Arachne aveva lasciato la stanza, ed avevo staccato le lacrime nere sospese sulle mie ciglia.
Stavo tentando di dormire, le ginocchia schiacciate contro il petto e le unghie nelle spalle, immaginando di essere un otre di vino troppo gonfio, quando vidi il serpente. Mia sorella me l’aveva mostrato mesi prima, fra l’erba alta della foresta: quella è una vipera dal corno, mi aveva detto, le basta un morso per uccidere un essere umano, ma è timida, ha paura della gente. Stalle lontano e non ti farà nulla. Una vipera, ed era lì, che mi guardava dal groviglio di coperte stropicciate in fondo al materasso. Distesi con cautela le gambe e lei si mosse per raggiungermi, scivolando affettuosa lungo tutto il mio corpo dolorante ed appiccicoso. Quando mi fu vicina allungai una mano e le tastai il ventre: era gonfio di piccole uova. Un serpente femmina, pensai, resta qui con me ancora un po’, dissi. Lei mi strofinò la testa contro la guancia e si raggomitolò contro il mio seno: quella pressione confortante e fredda mi cullò fino a farmi addormentare. I suoi piccoli nacquero qualche settimana dopo: li estrassi uno alla volta dai gusci rotti e loro si avvolsero attorno alle mie dita come anelli. Arachne, che sedeva vicino a me, li guardò disgustata.
Capì che la mia natura era uguale a quella di un serpente: da quel giorno imparò a temermi.
Molti anni dopo, mentre lei era intenta al telaio a tessere le sue meraviglie sottili di stoffa e colori, io vagavo scalza per le strade, impolverandomi l’orlo della veste, ed addentavo ridendo una mela presa dalla cesta ricolma. Durante queste uscite, le uniche che mi permettevo, i più coraggiosi arrivavano a toccarmi i piedi in segno di supplica, chiedendo il mio aiuto per i loro malati: a volte li seguivo, poggiavo il canestro di frutta davanti alla loro casa ed entravo.
Non dovresti aiutarli così spesso, mi rimproverava Arachne, in piedi sulla scalinata del tempio di Ecate, dove mi sedevo per godermi il sole, i miei amati serpenti attorcigliati attorno alle caviglie, o potrebbero pensare… No, sorella, la interrompevo io, grattando coi denti la scorza di un’arancia fresca, nessuno pensa certe cose di una sacerdotessa. Lasciali in pace, non ci faranno nulla e non si accorgeranno mai di nulla.
Arachne si staccava dal suo ossessivo lavoro di tessitura solo per le feste della dea: in quei giorni si scioglieva i capelli, indossava i paramenti sacerdotali e ci recavamo insieme ai sacrifici. La notte ballavamo assieme alle altre streghe sotto il buio della luna nuova, sentendo in bocca ancora il sapore di vino, sale e miele dei dolci rituali, le mani, rosse del sangue delle vittime immolate ad Ecate, intrecciate fra loro nella nostra danza. Amo ancora quei ricordi: li racconterei a Stein, sono certa che mi capirebbe, ma a che scopo dovrei farlo? A lui non interessa conoscermi, a lui interessa ciò che gli posso offrire. Per questo rimango in silenzio davanti a quelle pupille immobili. L’impacco si è intiepidito, ma l’infiammazione è passata: il respiro di Stein è più tranquillo, il petto più freddo. I suoi occhi sono la cosa più disincarnata e gelida che abbia mai visto: è già sprofondato nei suoi sogni anche così, ad occhi ancora aperti? Glieli chiudo, e le palpebre si abbassano docilmente come quelle di un cadavere.
Tamburella a lungo sulla maniglia, indeciso se entrare o meno. Dalla fessura fra porta e stipite riesce a sentire i rumori dell’infermeria – lo scricchiolio delle ciabattine sul marmo, colpi di tosse di qualcuno all’interno, strumenti metallici che cozzano fra loro in un cassetto e la voce di Medusa che mormora qualcosa. Entra. Il bambino è il primo a vederlo; è troppo piccolo per capire che c’è qualcosa di strano in lui, - adesso no, probabilmente ora è un disagio appena percettibile, col tempo diventerà qualcosa di più tangibile come la paura – ma è abbastanza grande da sapere che chi gli sta di fronte è un adulto che va rispettato.
«Ciao»
«La signorina Medusa mi sta visitando» spiega il bambino, gonfio di orgoglio. Lei accenna un sorriso, come a scusarsi di essere ancora al lavoro, e con gli occhi gli chiede di pazientare un po’. Stein si siede sulla sedia a rotelle dell’infermeria e la osserva appoggiare lo stetoscopio sulla schiena del ragazzino – ma quanti anni avrà? Ha gli occhi lucidi e quella strana frenesia che prende i bambini quando hanno la febbre.
L’infermeria ha un buon odore di borotalco, non del solito disinfettante, un odore simile a quello che Medusa gli lascia sulle mani ogni volta che lo tocca, con intenzione o per sbaglio; si chiede se sia stata la stanza a raggrumare la propria essenza sulla pelle di lei oppure se sia stata la stessa Medusa a riempire quel luogo del proprio odore.
«Signorina Medusa, ho sonno»
«Oh, l’antibiotico sta facendo effetto. Non ti preoccupare, tesoro, è normale, così ti passa la febbre. Vuoi che faccia chiamare il tuo Meister e gli dica di portarti nel dormitorio?»
«Posso restare qui?»
Stein trova commovente vedere come tutti gli studenti più piccoli siano irrimediabilmente infatuati di Medusa; è con uno strano miscuglio di fiducia assoluta, supplica maliziosa e passione tragica che il bambino tende le braccia verso di lei. Medusa lo raccoglie come un gattino appena nato, scompigliandogli i capelli.
«Va bene, scricciolo, ma solo fino alla fine del sonnellino!»
«Promesso» gongola il bambino, e dallo sguardo che quello gli lancia da sopra la spalla Stein capisce di essere stato individuato come un pericoloso rivale e di essere appena stato sconfitto. Ride, senza farsi sentire.
Medusa rimane qualche minuto a parlare – una sagoma proiettata sul paravento – finché non è sicura che il suo piccolo paziente dorma, poi torna da lui. Lo sguardo si è appena indurito, un’ombra grigio ferro gettata sugli occhi.
«Una bronchite. Maledizione»
«Davvero. Spero non ci siano complicazioni»
«Sai quanti anni ha quel bambino? Otto. Si è ammalato perché è stato mandato in missione in Canada con non so quanti gradi sotto lo zero»
«Allora deve essere bravo, come Weapon»
«Stein, in Canada. Ad otto anni»
Medusa si siede alla scrivania. E’ una di quelle persone che, quando sono furiose, investono tutto con una rabbia dolorosa e fredda, facendoti sentire in colpa o partecipi della loro indignazione.
«Non voglio criticare di certo quello che decide lo Shinigami, però… Sono troppo piccoli per essere spediti in posti così pericolosi. Siamo davvero così disperati da dover ricorrere a questo?»
«Medusa, i miei studenti hanno al massimo quattordici anni»
«E ti pare normale? Tu insegni a dei bambini come si uccide nel modo più pulito ed impeccabile possibile»
«Se la pensi così, non vedo perché tu debba rimanere ancora alla Shibusen. Devo andare dallo Shinigami, dopo, se vuoi posso riferire che non approvi le regole di questa scuola e che vuoi andartene. Niente di più facile»
Per un attimo sembra che lei voglia rispondergli per le rime, riversargli addosso tutto quello che prova; invece serra le labbra ed abbassa la testa, confusa. Stein è consapevole di averle dato il colpo di grazia con una sola mossa: conosce le persone abbastanza da sapere che Medusa tiene in grande considerazione ciò che le dice, in nome di quell’alchimia invisibile che c’è fra loro.
«Mi dispiace» mormora lei «Amo questo lavoro, voglio bene a questi ragazzi, so che lo Shinigami non li manderebbe mai a morire»
«Buono a sapersi»
«Scusa, sembro una vecchia zitella acida quando parto con queste tirate»
«Le giornate no capitano a tutti. Mi sembri un po’ stanca»
«Lo sono, purtroppo» ammette lei, schiacciando la fronte sugli avambracci con un sospiro. Lui le appoggia una mano sulla nuca, prendendo lentamente a massaggiargliela; si chiede che cosa differenzi un tocco da una carezza, se non quella sensazione sconosciuta che permea ogni poro della pelle di significato. La tocca; non la accarezza. Non c’è malizia né conforto: è un gesto incurante dell’attrazione tiepida che scorre nelle vene.
«Potresti andare in vacanza per qualche giorno, per riposarti» sorride «Io e Nygus possiamo sostituirti per qualche tempo»
«Stein, ce la faccio. Davvero»
Per un attimo pensa di dirle: portami con te, ho voglia di qualcosa che finisca male, di un amore destinato in partenza a disgregarsi. E' un pensiero, questo, sottilmente folle, incorporeo e carezzevole come può esserlo una decisione presa senza averla ponderata abbastanza; eppure lo affascina l'idea di essere in piedi, sotto la pioggia, e di osservare parte della propria vita - una silhouette appena accennata sotto il fascio morbido di un lampione - che se ne va senza voltarsi. Quella figura fuggitiva avrebbe una bellezza terribile e scintillante; il mondo sarebbe avvolto da un alone di luce.
Durerebbe poco, ne è sicuro, quanto basta ad uno stoppino per consumarsi; la fiamma però non sembra meno bella o meno calda per questo motivo. L’unica cosa su cui vale la pena interrogarsi è se lui sia disposto ad avvicinare il fiammifero per un accenno di interesse fisico e mentale. Forse. Forse. Stacca la mano dai suoi capelli.
«Scegli tu. Sai che non ci sono problemi»
«Grazie. Ci penserò»
Forse ci penserà sul serio; tornerà a casa, si sfilerà le ciabattine e si farà un thè massaggiandosi le tempie. Si raggomitolerà sul letto – lui se lo immagina grande, troppo grande per una persona sola, - con un pacco di biscotti in mano e li sgranocchierà pensando ad una vacanza. Forse penserà a lui, forse arrossirà e si toccherà il collo, forse sorriderà sentendosi un po’ sciocca. Forse il sorriso le rimarrà sulle labbra fino al sonno.
Chissà, chissà.
Qualcosa cola, sulla bocca; lo sente scendere lungo il mento, consapevole solo in parte delle labbra spaccate e della gola rinsecchita. Il bicchiere d’acqua accanto al letto, se solo le braccia fossero meno pesanti delle palpebre. Un velo rosso steso sugli occhi; le dita cercano di sollevarlo, ma è come tentare di afferrare una spirale di fumo. Ah, le sigarette. Medusa dice che ha quasi finito il pacchetto, oggi, ma lui non se ne è accorto. L’unica cosa importante è continuare a seguirla, tirando una boccata isterica dopo l’altra, gettando i mozziconi dietro di sé come briciole di pane. Apri gli occhi, Stein. Guarda dove ti ha portato; fissa il soffitto, l’intonaco viene via a pezzi, ma dove…? Medusa tiene una mano sulla maniglia, un dito sulle labbra; i proprietari non ci sono, ma facciamo silenzio, va bene? Tanto è solo per una notte, poi domani partiamo. Ma quanto manca? Se continuiamo a camminare senza incontrare nessuno, al massimo due giorni. Siamo vicini a casa, Stein. La labbra spaccate sfregano fra loro, la punta della lingua si inumidisce di sangue. Ecco cos’è. L’ammaccatura sulla guancia ha smesso di fare male; Medusa dice che sta guarendo in fretta. Una ferita brutta, molto, ma non ci sarà la cicatrice. Gli accarezza la guancia, mentre lo medica davanti allo specchio; gli piace che lei lo tocchi. La botta ora ha il colore del ribes. C’è il ribes anche dentro le frittelle unte e buonissime che mangiano seduti sul bordo del letto, il sacchetto tutto accartocciato e lucido d’olio sul pavimento; Medusa ride e si lecca la marmellata dalle dita.
Guardala, dorme; è piccina e magrissima, quelle piccole ossa aguzze sembrano voler bucare la stoffa del vestito. Sei uno scheletrino biondo, devi mangiare di più o ti dovrò portare in braccio. La pelle si tende fino allo spasimo sulle curve spigolose di ginocchia, gomiti e spalle; se la tocchi si romperà. Oh, ma si strapperebbe lo stomaco a mani nude piuttosto che toccarla, nemmeno per sentire se c’è un po’ di carne sopra quegli ossicini. Quegli ossicini friabili. Quelle piccole vertebre scricchiolanti sulla nuca.
No, lasciala dormire. Blocca la mano, non la toccare, Stein. E’ piccolo, gioca con gli altri bambini nei corridoi della Shibusen; Se riesci a toccarlo poi prende lui, okay? Quando ci sono anche le ragazze tutti giocano alla strega, ed allora si corre sul serio; Se la strega ti tocca ti succhia l’anima! Corri, Stein, non ti far prendere! Nnnnnnngh. No, no, non adesso...
Medusa? Medusa?
Non svegliarla, no, ha bisogno di riposo. Resisti, Stein, resisti. Pensa, pensa a qualcosa! Le sue mani sulla fronte, posso sentirle quando voglio. Le sue dita sottili e fredde, sulla fronte. Ascolta. L’acqua che gocciola nel lavandino. Tic tic tic. Il sangue è più lento, è più denso; è più vischioso, è come… Filtra tra i capelli, li inzuppa. Un cadavere sul pavimento, braccia e gambe troncate, i capelli biondi tutti sparsi attorno al viso; ed il suo sangue cola dal soffitto. Come sei bella, anche così, con gli occhi spenti; la sensazione tiepida di avere ancora la mano piantata nel petto di lei trema tra le dita. Il tuo sangue è freddo come le tue mani, strega, non senti?
…Medusa? Medusa!
Sei qui, sei qui. Non mi metto ad urlare, non ti sveglierò, Medusa. Non agitarti, non perdere il filo, Stein; tieniti aggrappato. Torna a guardarla, ti calmerai. Ascoltala respirare, dorme tranquilla, non è così? Sembra così piccola, così indifesa; eppure è lei. La toccherebbe, ecco, per accertarsi che sia tutto a posto, che non sia l’ennesima allucinazione. Le prenderebbe i piedi, ci strofinerebbe contro la bocca; per stamparsene addosso la forma, per assicurarsi di essere ancora vivo. I tuoi piedi tra le mani. Goccioli tutta sul pavimento del laboratorio, mezza dentro e mezza fuori dalla porta perché non vuoi bagnare niente. Le ciabattine bianche fra le dita. Rabbrividisci. Prendo un asciugamano e ti asciugo i piedi con cura. Sono freddi freddi. Adesso non hai freddo? Non vuoi che te li prenda in mano e te li scaldi, i tuoi piedini gelati?
No, no! Le unghie piantate nello stomaco non fanno male. Non le sento neppure. E’ la testa, adesso, che ha ripreso a martellare come un secondo cuore pulsante al centro del cranio. No, no! Chi respira dietro di me? La mia nuca sta bruciando. Chi è? Quell’odore, anche nei sogni… Una donna sconosciuta mi prende per le spalle, le sue mani mi scuotono quasi con gentilezza. Cosa c’è? La mia testa, la mia testa! Lei mi tiene fermo e non capisce; soffre e non sa il perché. Franken, per l’amor di Dio… Per favore, rispondimi, dì qualcosa! Stein! Cosa dici, cosa dici? Non sento niente, solo il respiro sulla nuca, è così forte che sembra un ronzio. No, non piangere. E’ tutta colpa mia. Di tutto. Datemi la colpa di tutto, sono il capro espiatorio. E’ lui che mi conduce all’altare, vero? Kishin. Quando mi squarcerai la gola? Ssssssstein. Gorgoglia, il sibilo sul collo, grumi di saliva assieme al respiro. Vieni, vieni, Ssssssstein. Medusa? Svegliati, svegliati, perché le mie labbra sono incollate?
Gli artigli sulla nuca, scavano a fondo, grattano nella testa, aaaaaah, no, no, lì no! Il Kishin ride ed affonda i denti nella polpa del mio cervello, basta, basta! Strappatelo via da me, lontano da me, vattene! La fronte si spacca sotto i morsi, sanguinano la mia bocca ed i miei occhi? Ma, oh, il cervello, è lì che pulsa la mia follia, è lì che mi colpisce, è lì che mi spezza. Medusa! Medusa! Voglio il tuo veleno, voglio berlo tutto, voglio le tue dita qui, sulla fronte, dove lui mi morde. Già lo sento ridere, già sento che mi prende, nessuno mi prende? Nessuno mi salva?
…Medusa, sei tu?