FADE TO BLACK
Capitolo 1
#19. Possession

"Good luck has never been my friend
I've always been the fool
Please don't follow shadows of mine
'cause the time is running out for me

I walk in the path of a misfits blood
No compass can stare my way
No light at the end of the tunnel
And time is running out for me"


La pioggia tintinna metallica sul marciapiede, ma lui è troppo occupato a guardare il proprio riflesso sulla vetrina per accorgersene. Il collo inclinato pericolosamente di novanta gradi, si tocca i graffi sulla guancia, sangue nero rappreso. La pelle attorno è quasi viola. Non ricorda di aver sbattuto la faccia. Come ci si può dimenticare di aver preso una tale botta?
Ha smesso da parecchio tempo di concentrarsi su ciò che ricorda e ciò che ha scordato. Ogni volta che prova a farlo la testa prende a pulsare in modo pazzesco, come se qualcosa, dentro il suo cranio, stesse per esplodere; una bomba caricata ad orologeria al posto del cervello. E’ molto meno doloroso infilarsi le mani gelide nella tasca del camice, chinare la testa e cominciare a camminare senza pensare.
Avanti, sempre avanti. Perché lui non può tornare al niente che c’è dietro.
Avanti, avanti, finché le gambe lo reggono. Avanzare per levarsi di dosso quella finta pelle. Strapparla fino al biancheggiare dello scheletro.

Prende a tirarsi le pieghe della pelle sotto l’occhio con un vago senso di fastidio; sotto la luce fosforescente dell’insegna le orbite sembrano rientrargli nel cranio, forse prendendosi il bulbo oculare e cominciando ad estrarlo pian pianino, chissà… L’occhio destro lacrima irritato quando le dita pizzicano troppo forte la palpebra, perciò smette quasi immediatamente di provarci.
Una folata di vento freddo misto ad acqua gli inzuppa buona parte dei jeans, gli trincia le gambe come se il suo corpo inerte reagisca solo alla crudeltà estrema; si accorge che sta piovendo. Si sfrega la guancia ferita più forte che può, alza il colletto del camice e comincia a correre lungo la strada deserta.
Avanti, sempre avanti. Avanti, avanti, finché le gambe lo reggono. Avanzare per levarsi di dosso quella finta pelle. Strapparla fino al biancheggiare dello scheletro. E camminare, fare presto…
Non sa il nome di quella città; deve aver visto un cartello, no, lo ha visto sicuramente, ma il ricordo si è ammassato da qualche parte, assieme alle altre cose, perché l’emicrania è ormai un appuntamento fisso con la zona frontale ed occipitale. Non ha ancora trovato nessuno in giro e tutti i negozi sono chiusi; strano. La cosa deve essere collegata al colore rosso che le nuvole hanno da qualche giorno, magari la gente ne ha paura; tutti si nascondono come topi e danno una sbirciata fuori solo di tanto in tanto. Non dovrebbe starsene anche lui chiuso in casa?
Non ricorda di averne una; se ne avesse, perché diavolo dovrebbe starsene lì a bagnarsi? Vorrebbe avere addosso una coperta, ha così freddo nei suoi vestiti zuppi... Ma perché la pioggia è nera? Ci sono diverse striature scure sul camice e… rosse. Alcune sono rosse davvero. Pensa che piova sangue. Ma no, niente Egitto e niente faraoni. A quando le locuste? No, aspetta, le locuste vengono prima o dopo la pioggia di sangue? E poi tutti i primogeniti moriranno. Lui è figlio unico, morirà? Ouch, la teeeesta fa maleeeeee. Basta, basta, giuro, non penso più. Ho un insetto che sbatte contro le pareti del cranio. Bzzzzzz! Bzzzzzz! Bzzzzz! C’è una radiolina sintonizzata male, qui da qualche parte? Sento tutto un gracchiare. Bzzzzzzzzz. Bzzzzzzzzz. Bzzzzzz. Un grande insetto dentro una radio. Qualcuno può dirmi le notizie dell’ultima ora? Ditemi se i Jazz hanno vinto, almeno questo, daaaaai. In che anno siamo? Nell’anno del signore milleduecentosettantatre, nel quinto giorno del mese di marzo abbiamo bruciato… E questa data da dove spunta fuori? Qui continua a piovere e c’è freddo; mi dovranno tagliare le dita dei piedi quando si congeleranno. Mi si congelerà anche lo stomaco. Ahi. Da quanto non mangio? Un sandwich preso con gli ultimi spiccioli in tasca, maionese e tonno; un caffè così nero da fare schifo, niente zucchero. Una biglia di ferro su e giù per lo stomaco vuoto… E poi un nuovo pacchetto di sigarette al distributore automatico dell’angolo laggiù, quando ancora non correvo. Avanti, avanti, finché le gambe mi reggono. Avanzare per levarsi di dosso questa finta pelle. Devo camminare, fare presto… Sono già passato da queste parti. Adesso che ore sono? Dovrei essere a letto. Dovrei andare avanti. No, dovrei dormire.
Si lascia cadere a peso morto su una panchina che fiancheggia una solitaria zona d’erba da campo giochi. L’altalena, poco lontano, dondola con un cigolio di catene. Cigolano; una bambina bionda seduta sul fondo di una prigione, bloccata dai lacci di cuoio di una camicia di forza ed anelli di ferro infissi nel muro, se si muove tutto tintinna. Una candela a lato, vicino ai suoi piedi, le illumina la faccia mentre lei gli sorride e lo chiama; Stein…
La panchina è di legno, ed il puzzo di umido gli colpisce con un ceffone le narici, mentre lui appoggia una tempia, sforzandosi di non respirare. Sfila un braccio dal camice e se lo stende sopra; la pioggia che gli ticchetta contro la guancia sa di bruciato. Infossa la testa tra i gomiti e si rannicchia di più sulla panchina. Ma perché nessuno spegne quella dannata radio! Fa un rumore assordante. No, no; non ronza più. Sembra che abbia trovato stabilità. Qualcuno chiama qualcun altro, vicino a lui. Stein…
Qualcosa di tiepido gli si appoggia sul collo e lo fa sobbalzare. Non è la pioggia. Apre gli occhi a vuoto, non vede nulla; deve sbatterli più volte per riuscire a mettere a fuoco.
La bambina sposta la mano fino alla sua guancia ispida e gli si siede vicino. Ha il cappuccio nero tirato fin sopra gli occhi per proteggersi dall’acqua, ma lui riesce comunque a vederle il viso. Qualcosa di simile ad un sibilo gli esce dalla gola. E’ un nome: un nome come un sibilo.
Medusa.

Lo vedo sbattere nuovamente gli occhi con fare torpido, da coniglio in gabbia. Le sue pupille pulsano per un attimo, solo per un breve momento di riconoscimento e partecipazione, prima di tornare a tremare confuse sotto le palpebre. Ha ancora il mio nome sulle labbra, inconsapevole quanto il sussurro di un dormiente, e quel fremito sulla sua bocca non se ne va nemmeno quando la coscienza scivola di nuovo via dai suoi occhi.
Anni fa mi recai sull’isola di Emain Ablach, la terra di nebbia. La druidessa che mi accolse mi prese i gomiti e mi baciò sulle guance, mormorando la formula di rito, gonfia d’orgoglio perché la minore delle Gorgoni si era recata fino alla sua terra. Mi diede una veste di lana bianca e mi disse: sorella, cammina con me. Camminammo a lungo e l’argento dell’erba era fragile sotto i miei piedi. La druidessa mi indicò un ruscello vicino: sorella Medusa, qui ci purifichiamo dopo i lunghi viaggi. Immersi le braccia e le mie dita sfiorarono i sassi del fondale.
La druidessa era bionda, come me, ed i capelli le arrivavano fino alle caviglie in tre lunghe trecce. Qui noi preghiamo anche Arawn, disse, perché fortifichi la nostra Luce di Preveggenza. Se guardi nell’acqua ed Arawn ti ama, sorella, vedrai il futuro. Sollevai le mani stringendo acqua e pietre e guardai: vidi una luce pulsare, verde, violenta e viva. La sorpresa mi fece schiudere le dita, la luce defluì dai miei palmi. Sono i suoi occhi che ho visto allora, nella terra di Emain Ablach, li ho visti splendere fra le mie mani: per questo ho sempre saputo che quest’uomo mi sarebbe appartenuto e che, un giorno, sarebbe tornato da me. E’ stato il mio potere riflesso nell’acqua a rivelarmelo, non il dio a guardia dell’Annwn. Troppi culti e troppi dèi sono nati e crollati davanti a me perché io creda ancora al divino.
La voce di Stein si scioglie in un mormorio doloroso, sussurra qualcosa della sua testa, sì, fa male, ed il suo sguardo mi cerca disperato, tentando di non perdermi tra la trama sempre più fitta della pioggia.
Gli appoggio entrambe le mani sulla fronte e le pupille si abbassano completamente: si abbandona con un sospiro, la sua pelle è tiepida. Non è magia, questa, ma semplice contatto, è il tocco che lui desidera più di ogni altra cosa: il mio.
Gli asciugo il viso dalle gocce d’acqua, scosto le ciocche bagnate dalla sua fronte senza staccare le dita. L’incavo delle sue guance è più accentuato, la barba non rasata mi punge le mani, ma è una trafittura lieve. Sento anche le cicatrici, quella che si accartoccia sotto l’occhio e quelle che dormono sotto la pelle: le tasto tutte, una per una, anche le più segrete, perché le conosco bene. Sono stata io a provocargliele. So quali ancora premono furiosamente il loro dolore e quali siano ormai sbiancate assieme al tempo: le squarcerò e torneranno a sanguinare, se mai il bisogno di riaprirle si sarà fatto impellente.
Premo le mie mani contro le sue tempie, sforzandomi di guardarlo, costringendolo a fissarmi: i suoi occhi sono limpidi, adesso, solo un sottilissimo velo di consapevolezza ci divide.
Perché mi hai reso così difficile la tua ricerca, Stein? gli chiedo, e nella mia voce c’è un accenno di amarezza che non desidero. Perché ti sei messo a correre così veloce? Il mio corpo è troppo piccolo, adesso, ho faticato a seguirti. Cosa volevi? Volevi trovarmi? Volevi che ti perdessi?
Le labbra si schiudono con un mormorio appena percettibile, no, dice lui, era da te che volevo tornare.
Tornare? rido forte, adesso, ma non lo sto schernendo. E’ una risata felice, la mia, crudele e felice.
Per tornare avresti dovuto essermi stato vicino almeno una volta, non credi?
Faccio per staccare le mani dal suo viso quando lui mi prende questi polsi infantili, tutti e due, e si preme i palmi contro gli occhi: spinge così forte dentro le orbite che posso sentire nervi e ciglia sbattere contro la pelle bagnata. Una risata roca e bassa gli sgorga dalla gola, sto scomparendo, dice, non lo senti, Medusa? I miei occhi, senti i miei occhi, presto la testa li inghiottirà. Sarò uno scheletro e non avrò più pelle perché me la sarò strappata via, la mia pelle di plastica, la mia pelle finta.
Le sue mani sono percorse da un fremito, ora. Ho freddo, dice, e la sua voce trema come tutto il suo corpo, aiutami, ti prego. Aiutami! Medusa!
Schiudo le dita sulle sue palpebre: i suoi occhi lampeggiano, una luce verde e viva fra le mani ancora immerse nell’acqua. Non gridare, gli dico, alzati: andiamo a casa.
Stein smette di stringere i miei polsi, le dita si fanno morbide e scivolano via, la sua schiena scatta come una frusta mentre lui si raddrizza, il collo reclinato da una parte in un angolo quasi innaturale. Ride, un riso un poco esaltato, si preme una mano contro la tempia: sono tutto storto, ridacchia, è perché la testa pesa troppo. Scrollo il cappuccio dalle gocce di pioggia, la pazzia non è mai un peso leggero, gli dico. Ma non ti ha schiacciato, Stein.
Il solo alzare testa e corpo sembra richiedergli uno sforzo di volontà sovrumano. Uno degli studenti più piccoli della Shibusen si portò un giocattolo snodabile fin dentro l’infermeria, il giorno delle visite mediche, e per tutto il tempo continuò a giocarci: braccia, gambe, schiena, tira, raddrizza, avanti, indietro. Mi sembra di assistere ad un divertimento simile, Stein che costringe un corpo che non vuole più obbedirgli a piegarsi a ciò che resta della sua volontà: un meccanismo corrotto dalla ruggine. Gli afferro la mano, quanto è piccola la mia!
A casa, andiamo a casa, gli tiro un po’ il polso, Stein, andiamo.
A casa, dice lui, a casa, ripete, dritto in mezzo alla pioggia assieme a me.
E sorride, stavolta per davvero.

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