FORGIVEN

Rimase inginocchiato, con lo sguardo fisso in avanti, mentre lasciava che i passi dei suoi compagni svanissero dietro di lui. Sapeva che Hector e Lyndis, una volta superato il momento di sconforto e di confusione, sarebbero tornati padroni dei loro ruoli ed avrebbero cominciato a dare le prime direttive per la partenza, a tracciare le coordinate del loro percorso ed ad organizzare con la solita fermezza il loro piccolo gruppo; per la prima volta da quando erano partiti, - un viaggio, il loro, che sembrava perdere il proprio senso, invece di acquistarlo - non si sarebbe unito a loro.
La tomba non era niente di più che un tumulo di terriccio umido – ne sentiva ancora i granelli infilati sotto le unghie – ed una serie di pietre accatastate l’una sull’altra per impedire che gli animali selvatici si avvicinassero: qualcosa di così semplice da essere quasi indecente, anche se lei avrebbe apprezzato.
Non c’era stato il tempo di organizzare a Ninian qualcosa di più di un giaciglio frettoloso, ma dentro di sé Eliwood sapeva che si sarebbe meritata di più, molto di più, un funerale solenne come quello di una principessa. Ma non c’erano state veglie, processioni, canti e vestiti neri: c’erano state solo le lacrime appassionate di Lyndis, la compassata partecipazione di Hector, alcune note malinconiche del flauto di Nils ed il proprio dolore cristallizzato nel silenzio.
Ninian parlava poco, sorrideva spesso, specie quando non voleva rispondere, e di lei Eliwood non sapeva nulla se non piccoli particolari che aveva potuto intuire da solo o che Nils si era lasciato sfuggire. Doveva essere di Ilia, lì avevano tutti una carnagione pallida ed i capelli chiari come lei, non doveva mai aver conosciuto suo padre, perché la venerazione che aveva per lui era più simile ad un attaccamento filiale che ad altro; non era abituata ad essere guardata con naturalezza, ad averla trattata gentilmente erano stati pochi, ed ogni sguardo che gli rivolgeva ogni volta che le parlava traboccava di un’incredula quanto profonda gratitudine.
Poteva dire di aver provato a conoscerla, non di averla conosciuta. Malgrado tutti gli sforzi, non era mai riuscito davvero a rompere quell’armatura di silenzio in cui lei si era avvolta e a cui rimaneva aggrappata come un bambino al proprio giocattolo preferito; malgrado tutte le bugie che, se ne rendeva conto solo in quel momento, Ninian aveva raccontato, mentendo per omissione – il non parlare poteva essere considerato un attenuante rispetto alla bugia verbale? – non riusciva ad odiarla.
Era consapevole che, se c’era stato un motivo per quelle menzogne, non era stato egoistico: come ogni cosa che Ninian aveva fatto, anche quella decisione era stata presa per amor loro. Non si poteva e non si doveva portare rancore verso una persona che non voleva che proteggerli da se stessa; non aveva senso. Non era per quello che era arrabbiato. Non era per quello che era deluso.
Gli mancava. Avrebbe dovuto accorgersene molto prima, avrebbe dovuto sforzarsi almeno un poco di interpretare quell’ingarbugliato miscuglio di tenerezza, compassione e calore; sarebbe stato un insulto verso Ninian chiedersi solo in quel momento, solo quando tutto era perduto, il motivo di tutta la tristezza che sentiva. Se n’era appena andata e gli mancava da morire, anche se quella pulsazione sorda al centro del petto aveva qualcosa di irreale, come se facesse parte di un altro corpo. Ancora non si rendeva conto, a livello inconscio, di cosa era accaduto. Soltanto l’indomani, quando avrebbe aperto gli occhi, avrebbe capito che Ninian aveva raggiunto il regno di morti, pallida e col sorriso sempre triste; per il momento, lei si era semplicemente staccata dalla terra con la dolcezza di un filo d’erba strappato. Solo col tempo la ferita si sarebbe allargata: adesso lui stava quasi bene ed i suoi occhi erano asciutti.
Si alzò. Gli avevano lasciato vicino i suoi bagagli per quando avesse voluto raggiungerli. Fra il mantello, le bisacce e le scorte di unguenti, trovò la spada che, una volta, lei aveva chiesto di toccare, e che aveva tenuto in mano come se si trattasse di un bambino piccolissimo e facile da rompersi. Non gli serviva concentrarsi per rivederla guardare la lama argentata quasi stupefatta, seguire con un dito le decorazioni sull’elsa e restituirgli l’arma con un sorriso appena accennato ed una parola di ringraziamento detta a bassa voce. Piantò la spada nel terreno ancora molle, facendo pressione con le mani per conficcarla più saldamente che poteva vicino al tumulo. Si sarebbe meritata di più, si ripeté, ma era tutto ciò che poteva fare per lei.
«Perdonami, Ninian, ma devo andare avanti. Ho promesso di proteggere la terra che amavi così tanto, ma tornerò quando avrò finito. Tornerò e verrò a prenderti. Scusami, scusami tanto. Scusa davvero»
Era patetico non riuscire che a scusarsi di fronte ad un simulacro vuoto, lo sapeva bene, com’era patetico pentirsi di non aver fatto nulla tutte le volte che l’aveva vista sedersi in un angolo per chiudersi nella sua malinconia, di non essere riuscito a farla sorridere più spesso e di non averle mai detto che, se c’era una persona per cui avrebbe volentieri dato la sua vita, quella era lei.
Eppure, davanti a quella tomba silenziosa, si accorse che Ninian gli aveva già perdonato ogni cosa. L’assenza di parole che li legava in vita era indissolubile anche nella morte: lui sapeva di dover andar via e lei, con il suo sorriso silenzioso, ancora una volta gli diceva di sì, di andare avanti e di lasciare da parte il dolore fino a quando sarebbe stato tempo di esprimerlo. Lui aveva chiesto perdono; lei, dal luogo in cui si trovava, aveva fatto il suo cenno di assenso.
Eliwood si rimise il mantello e le bisacce in spalla, riprendendo la via del ritorno verso il campo col cuore un po’ meno pesante e col passo un po’ più sicuro. Hector e Lyndis si sarebbero sorpresi del poco tempo che si era preso per riflettere e per stare da solo, ma lui non aveva bisogno di prenderne altro.
Aveva pur sempre una promessa da mantenere.

|